
Conobbi questo grande maestro contemporaneo una domenica pomeriggio di oltre dieci anni fa. Fu un incontro telefonico poiché mio marito che negli anni settanta aveva lavorato nella scuola di Bellusco, dove lui insegnava disegno e storia dell’arte, pensò di salutarlo e me lo passò dicendogli che amavo molto dipingere. Dall’altra parte del telefono una voce solare mi disse “che piacere conoscerti collega”, “ma io non sono una collega, mi piace soltanto imbrattare le tele quando riesco a trovare un po’ di tempo e niente più”, risposi.
Scoppiò in un’allegra risata replicando “Se ami l’arte sei un’artista, devi soltanto trovare la formula espressiva che ti è più congeniale, quella che al termine di ogni opera ti fa sentire appagata e al contempo desiderosa di incominciarne un’altra. Anch’io ho impiegato tanti anni a trovarla, sai, ma poi ci sono riuscito e comunque non mi sento mai pienamente soddisfatto e quindi vado sempre alla ricerca di idee nuove soprattutto nella scelta dei materiali”.
Mi fecero molto piacere quelle parole e continuai a conversare con lui come se ci conoscessimo da sempre. “Mi raccomando chiamami ogni volta che hai bisogno di consigli, sarò ben lieto di darteli” mi disse al termine della telefonata e così è stato. Alcuni anni dopo lo incontrai per la prima volta ad una sua mostra personale allestita presso il palazzo Signorelli di Cortona.
Ci accolse con grande affetto ed immediatamente incominciò a snocciolare le note descrittive di ogni quadro man mano che vi ci soffermavamo davanti. Le sue descrizioni erano pagine di filosofia e i miei occhi correvano veloci sulla tela cercando di rincorrere quello che narrava. Ma la mia mente non reggeva il passo del suo discorrere perché rimaneva aggiogata dalla magia dei colori accostati e sfumati con mirabile maestria spalancando una finestra sull’infinito.
Si era accorto che non riuscivo a seguire appieno le sue spiegazioni e ad un certo punto mi disse “Il mio agente mi rimprovera che io coi miei quadri fò letteratura e questo non va bene. La gente s’aspetta di vedere con una – natura morta – una composizione di elementi e null’altro, con una – donna che legge – una donna che legge mentre io dietro un chiodo con la punta colorata di rosso ci narro tutta la passione di nostro signore che si è sacrificato per redimere i peccati dell’umanità e con un chiodo tinto di oro tutto il miracolo della resurrezione fino all’ascesa della nostra anima verso il cielo.
Cercai di replicare che “in fondo l’arte, in ogni sua manifestazione, è la più alta espressione di creatività e di fantasia con la quale l’artista esteriorizza la propria interiorità puntando dritto verso quella dell’osservatore. Insomma un’opera d’arte è tale se riesce a farci emozionare e comprendere il linguaggio senza tempo e senza luogo della spiritualità. Tu ci riesci pienamente”.
Condivise i miei pensieri e continuammo la serata in pizzeria. Mi affascinò molto notare che avevamo gli stessi gusti culinari ed innaffiavamo in ugual misura la birra. “mi piace mettere l’acqua nel vino o nella birra perché mi sembra di gustarne meglio il sapore”, disse, esprimendo un concetto da me sempre manifestato e mai compreso dagli altri. Raccontando del nostro vissuto, poi vennero fuori tanti di quei punti in comune che sembravamo essere fratello e sorella e questo ci divertiva molto.
Non abbiamo più smesso di raccontarci reciproci episodi di vita quotidiana con l’entusiasmo dello sperimentatore che “guarda oltre”. Una volta mi disse “l’artista è colui che riesce a vedere quello che gli altri non vedono perché guarda con gli occhi dell’anima che troppo spesso, nella maggior parte delle persone rimangono chiusi per tutta la vita”.
Figlio di apprezzato pittore toscano di tradizione post macchiaiola vincitore di numerosi premi insieme a Fontana e De Chirico, Ennio Bencini nelle sue opere rappresenta, infatti, la spiritualità del genere umano e il suo tendere verso Dio. Dal tormento della passione di Cristo che descrive attraverso l’uso di materiali poveri come vecchi chiodi e antichi pezzi di legno, alla pace della resurrezione concretata attraverso legni nuovi e pietre levigate.
Continuamente alla ricerca di formule espressive nuove che stimolano nell’osservatore dapprima la curiosità ma poi lo guidano quasi tenendolo per mano verso la propria interiorità, Ennio ha fatto della simbologia il passepartout per la ricerca della verità essenziale della nostra esistenza e di quella dell’universo.
Da lui ho imparato a guardare con gli occhi dell’anima e a cogliere il messaggio simbolico in tutto ciò che ci circonda. Ho imparato a scoprire l’intrinseco dualismo della nostra esistenza che a partire da quello della vita e della morte passa attraverso il bene e il male, il bello e il brutto, la notte e il giorno, fino ai continui SI e No che ogni giorno siamo chiamati a pronunciare.
Ma soprattutto grazie a lui ho capito che nella vita non è possibile “non scegliere” e quindi ho scelto di riprendere in collo i miei pennelli sgangherati e dirigermi verso uno di quei meravigliosi cancelli da lui dipinti, dietro i quali, un giorno mi disse “ci puoi trovare tutto quello che vuoi, purché tu ci “guardi oltre” con gli occhi dell’anima”.
vicino ad un’opera di Ennio Bencini – Cortona

