Erano tante le storie che i piccioni raccontavano tra una beccata e l’altra quando dalla colombaia, posta in cima al fienile, scendevano nell’aia. Ma quella preferita da Selvaggia, la femmina più anziana del gruppo, era la storia di Clarice alla quale aveva preso parte in prima persona.
“Clarice” incominciava “arrivò in questa fattoria verso la metà di luglio nel momento più saliente di tutta l’attività agricola ovvero la trebbiatura del grano. Era quasi mezzogiorno e tutti gli abitanti della cascina che prendevano parte a questo importante evento erano riuniti in una grande tavolata, all’ombra del pergolato, per consumare il pranzo e trovare un po’ di ristoro prima di riprendere il duro lavoro sotto il sole cocente.
Ad un tratto arrivò nell’aia una Alfa Romeo Giulietta Spider di colore bianco che frenando bruscamente sollevò un gran nuvolone di polvere mista a pula. Ne scese una giovane donna con grandi occhiali neri e un foulard fiorato sulla testa girato due volte intorno al collo che si diresse con passo rapido e deciso verso la tavolata. Con un balzo Francesca, che già sapeva della sua venuta, le fu subito incontro per abbracciarla.
“E’ la mì sorella Ginevra” disse, rivolgendosi ai commensali. “Ora noi ci s’ha da ciarlare un po’ e si va a desinare in casa”. Preparati due piatti con gli affettati e il pane posti al centro della tavola si diressero verso la grande cucina che aveva l’ingresso proprio sull’aia, ansiose di raccontarsi un’infinità di cose visto che le due sorelle si vedevano molto di rado per via delle loro scelte di vita così diverse.
Ginevra, infatti, lavorava nel Teatro Verdi di Firenze dove aveva preso parte al Maggio Musicale Fiorentino, una manifestazione artistica annuale molto impegnativa e stancante per gli artisti che vi prendevano parte ed aveva deciso di fare una vacanza recandosi in un magnifico hotel di Lignano Sabbiadoro, una antica località balneare nota per la sua sabbia colore dell’oro. Ma purtroppo in quell’hotel non ammettevano la presenza di animali e così aveva deciso di lasciare a sua sorella l’inseparabile amica Clarice.
Si trattava di una magnifica Gallina padovana dal piumaggio bianco avente il nome della moglie di Lorenzo il Magnifico, il rappresentante più illustre della famiglia dei “Medici”, che le era stata regalata alcuni anni prima dal suo fidanzato, storico d’arte presso il museo degli Uffizi a Firenze e non se n’era più separata neanche dopo la rottura del fidanzamento.
Quello che apparve a prima vista fu il suo gran ciuffo di penne lunghe e lanceolate che le coprivano quasi del tutto gli occhi, i favoriti (basette lunghe tipiche della moda dell’ottocento) sulle guance e la lunga barbetta. Tra le molteplici piume che nascondevano il volto, era possibile scorgere soltanto il becco contornato dalle narici rosse e carnose. Per queste caratteristiche estetiche, la gallina padovana è considerata da sempre la gallina ornamentale per eccellenza.
La sua origine è molto antica e affonda le sue radici nella lontana Russia dove le galline ciuffate venivano allevate per la capacità di resistere al freddo grazie al loro folto piumaggio. Fu introdotta a Padova dal marchese Giovanni Dondi,medico e astronomo padovano, al ritorno da un suo viaggio in Polonia nel 1360. In questa città, infatti, aveva conosciuto il re Casimiro III il grande, detto anche “re contadino” che gli aveva regalato un paio di esemplari di questa varietà di galline come ornamento per il giardino della sua villa gentilizia.
“La starà bene con le mì gallinelle” disse Francesca quando Ginevra prima di andarsene le porse la gabbia nella quale alloggiava il batuffolone bianco e salutata sua sorella si diresse verso il pollaio, essendo l’aia impegnata nella trebbiatura.
Clarice un po’ disorientata sia per il viaggio sia per la sua scarsa visione causata dal grande ciuffo davanti agli occhi tentò i primi passi verso le altre galline distese all’ombra dell’albero di albicocche affiancato al pollaio, ma queste quando la videro si misero a ridere per il suo insolito aspetto e nei giorni che seguirono incominciarono a beccarla sia per imporle la gerarchia del pollaio, che Clarice non conosceva, sia per tenerla lontana a causa del suo insolito aspetto.
Intanto lo spasmodico lavoro della trebbiatura cui tutti gli abitanti della cascina avevano preso parte, dall’alba al tramonto, con il loro piccolo o grande contributo, stava volgendo al termine. La mitica “laverda rossa”, la trebbiatrice posta ad un lato dell’aia, dalla fine di giugno aveva “ingoiato” senza sosta i covoni da sgranare restituendo da una parte il grano e dall’altra la paglia già pressata in balle prismatiche che via via venivano accatastate nel fienile.
Il frumento era stato riposto in parte nei sacchi di iuta per essere venduto e in parte nei sili per essere conservato. Per festeggiare la chiusura di questo intenso ed importante lavoro fu organizzata l’ultima grande tavolata che da sempre si svolgeva in un clima di grande allegria. Le donne avevano iniziato a cucinare fin dalle prime ore del mattino accendendo il forno a legna dove avevano cotto oltre al pane anche gli arrosti, le pizze, le patate, le verdure gradinate e dolci di ogni tipo.
All’ora di pranzo una sinfonia di profumi pervadeva tutta l’aia, le massaie più esperte portavano in tavola grandi scife di legno ricolme di fettuccine all’uovo condite con il ragù e Duccio aveva spillato dalle migliori botti decine di litri di vino. Dopo pranzo al suono della fisarmonica e degli organetti tutti ballavano e c’era un gran via vai di vassoi ricolmi di dolci fatti in casa e di fiammeggianti fette di anguria. Ogni tanto aleggiava nell’aria il profumo del caffè e verso sera quello dei salumi appena affettati tra i canti dei più brilli che andarono avanti fino a tarda notte.
Il raccolto era andato davvero bene e l’indomani mattina ognuno tornò al proprio consueto lavoro. I mietitori stagionali tra saluti, abbracci e provviste per l’inverno ripartirono e gli amici dell’aia furono di nuovo liberi di razzolare.
Clarice, che nel pollaio se ne stava quasi sempre nascosta negli angoletti per non essere beccata, si trovò davanti un mondo che le apparve sconfinato. Del resto lei aveva conosciuto soltanto il piccolo appartamento di Ginevra in centro Firenze dove era cresciuta. Le uniche piante che aveva visto fino ad allora erano quelle dei gerani dentro i vasi sul terrazzino e gli unici animali le rondini che solcavano il cielo durante l’estate. Non finiva più di esplorare ogni angolo dell’aia e dei campi circostanti entusiasmata dalla gioia della scoperta.
Zampettava curiosa in ogni dove ed aveva fatto amicizia con le caprette e le pecore, che ormai conosceva una ad una e che spesso accompagnava al pascolo. Ruzzava con le oche dalle quali amava farsi rincorre, imitava i tacchini che la inseguivano divertiti e all’ora di pranzo si infilava sempre in cucina per avere i migliori assaggi.
Francesca per liberarle la visuale aveva raccolto il grande ciuffo di penne che le scendeva davanti agli occhi e che di solito per tale scopo viene tagliato, con un bellissimo fiocchetto rosso e ciò la rendeva ancora più attraente e simpatica a tutti. Insomma era divenuta la vera mascotte della fattoria.
Si era però fermamente rifiutata di rientrare alla sera nel ricovero notturno del pollaio insieme alle altre galline, che non perdevano mai occasione di sparlare di lei. Dopo numerosi tentavi di rinchiuderla, gli umani decisero di lasciarla libera nell’aia anche perché “l’era bello mirarla accanto a ogni hosa” diceva sempre Francesca.
Clarice aveva trovato dentro il casotto del forno, proprio dietro la grande catasta di legna, un magnifico posto dove trascorrere la notte al sicuro ed era pertanto libera di coricarsi ed alzarsi quando voleva. Al primo sorgere del sole, era sempre la prima ad uscire nell’aia e ancor prima che il gallo cantasse, chiocciava a tutti gli amici della cascina il suo “buongiorno”.
In un pomeriggio di metà luglio all’improvviso si alzò una nube di polvere che trascinava con sé oggetti di ogni tipo. Gli amici dell’aia correvano di qua e di là spaventati e le donne li inseguivano per indirizzarli al riparo. Gli uomini con azioni frettolose e coordinate si davano un gran da fare per mettere gli attrezzi al coperto e per condurre gli animali nelle stalle o ancora per coprire il fieno rimasto all’aperto.
Nubi minacciose avanzavano velocemente e nel turbinio di uomini, oggetti ed animali, incominciarono a cadere i grossi goccioloni che precedono la pioggia. Si trattava di un temporale estivo, detto anche “temporale di calore” perché ha origine dal surriscaldamento del suolo a causa dell’alta temperatura. In pochi minuti, dal cielo divenuto plumbeo grosse nubi di colore nero (cumulonembi) contornate da lampi e tuoni cominciarono a scaricare con violenza una cascata di pioggia e grandine.
Ognuno dal proprio riparo, guardava fuori questa valanga di acqua abbattersi a terra, sapendo che da lì a poco sarebbe cessata all’improvviso. Soltanto Clarice, non avendo mai vissuto nulla di simile si era nascosta, paralizzata dalla paura, dietro la grande catasta di legna ed il tempo in quel putiferio scandito da lampi e fulmini sembrava non trascorrere mai.
Ma, quasi all’improvviso, come era arrivato, il temporale se ne andò lasciando all’orizzonte l’arcobaleno, quell’enorme arco colorato che si forma quando la luce solare attraversa le gocce che si trovano sospese nell’aria dopo il temporale. Le gocce, infatti, si comportano come tanti piccoli prismi che per il meccanismo di rifrazione-riflessione scompongono la luce solare, luce bianca, nei sette colori che la compongono: violetto, blu, ciano, verde, giallo, arancione, rosso.
L’arcobaleno, si sa, da sempre affascina e stupisce e in men che non si dica tutti furono nell’aia per ammirarne la bellezza. Ai rumori della normalità Clarice, con passo cauto fece per uscire dal casotto quando vide trascinare dall’acqua piovana che scorreva davanti all’uscio una specie di involtino fatto di steli intrecciati, foglie, piccole radici, ciuffetti di lana. Con un balzo le fu sopra e frenando la forza dell’acqua con le ali lo afferrò con il becco per portarlo nel casotto.
Dopo averlo aperto capì che si trattava di un nido a forma di scodella trasportato dall’acqua del temporale chissà da dove. Al suo interno scorse cinque piccole uova di colore bianco con tanti piccoli puntini rossicci e muovendole con il suo becco fu immediatamente pervasa dal desiderio di covarle seppure nelle galline padovane l’istinto della cova sia quasi inesistente.
Aiutandosi con le zampe spinse il nido dietro la catasta di legna affinché nessuno potesse trovarlo e nei giorni che seguirono gli si accovacciava sopra per “incubare” le uova con il calore del suo corpo. Nessuno la vedeva più scorrazzare avanti e indietro ed usciva nell’aia soltanto per brevi periodi durante i quali mangiava, beveva, si sgranchiva un po’ le zampe e salutava frettolosamente i suoi amici.
Clarice, infatti, trascorreva gran parte del giorno e della notte sul suo piccolo nido e poiché, il bello dell’attesa e l’attesa stessa, viveva una grande gioia aspettando il momento che dalle uova venissero alla luce le sue creature. Trascorsi circa quindici giorni le uova uno alla volta si schiusero e cinque fragili creaturine senza penne, con gli occhi chiusi ed i movimenti ovattati cominciarono a spalancare il loro beccuccio per chiedere cibo. Clarice non sapeva da che parte incominciare e così si rivolse agli amici dell’aia per chiedere consiglio.
Fui io la prima a vedere i piccoli e capii subito che si trattava di pettirossi. Immediatamente grugai con gli altri amici ed insieme definimmo una strategia per l’approvvigionamento del cibo. Ognuno di noi si diresse in un posto diverso, dal bosco al ruscello dalla collina al laghetto passando per l’orto e per le stalle. In men che non si dica l’uscio del casotto fu ricolmo di ogni ben di dio: piccoli insetti, vermi, lumache, bruchi, minuscole bacche e semini con cui la neomamma avrebbe potuto sfamare per settimane gli insaziabili beccucci sempre spalancati.
In pochi giorni le dimensioni degli uccellini erano quasi triplicate ed il loro corpo si era ricoperto di penne. Qualcuno tentava i primi saltelli fuori del nido sotto lo sguardo sempre vigile di mamma Clarice che immediatamente lo riportava nel nido spingendolo con il becco. Qualcun altro riusciva a sfuggirgli e a raggiungere la soglia del casotto, ma a sera tutti si accoccolavano tra le morbide piume della loro mamma che traboccante di felicità si addormentava cullata dal battito dei cuoricini che solo le mamme riescono ad udire.
Trascorsi una ventina di giorni i giovani volatili erano pronti per lasciare il nido e quando una mattina Clarice uscì dal casotto contorniata dai saltellanti nidiacei tutti gioirono e vi si fecero intorno per dargli il “benvenuto nell’aia”. Perfino le galline che avevano sempre mantenuto le distanze dalla loro insolita rappresentante le chiocciarono le congratulazioni per l’audacia con cui aveva sottratto ad un’infausta sorte i cinque piccoli pettirossi.
La caratteristica principale di questi piccoli uccelli passeriformi è la colorazione rosso-arancio del piumaggio posto sul suo petto (da cui il nome) che si estende anche sulla faccia mentre il dorso è di colore bruno-verdastro. Secondo una leggenda cristiana, questa colorazione è dovuta al coraggio di un pettirosso che si trovava sul monte Golgota quando Gesù fu crocifisso e che, avendo cercato di liberarlo dalla corona di spine posta sulla testa, si era macchiato il petto con il suo sangue. In segno di gratitudine Gesù volle che la macchia rossa rimanesse per sempre affinché gli uomini potessero riconoscere anche da lontano quella creatura così generosa.
Quando i piccoli di Clarice uscirono nell’aia, però, la macchia rossiccia sul petto non era ancora comparsa perché ciò avviene dal terzo mese in poi, quando con la prima muta inizia a crescere il piumaggio da adulto e quindi in pochi capirono che si trattava di pettirossi. Ma questo poco importava ed i nidiacei si integrarono molto bene tra gli amici dell’aia grazie al loro carattere allegro e brioso.
Anche gli umani furono entusiasti nel vedere questa bella ed affiatata famigliola seppure qualcuno fosse un po’ preoccupato per ciò che sarebbe accaduto quando Ginevra al termine della vacanza, prevista per la fine di agosto, sarebbe tornata a riprendersi la sua inseparabile amica Clarice. Ma per fortuna esiste la provvidenza ovvero quell’avvenimento inatteso ed insperato che sopravviene nel momento del maggior bisogno.
La provvidenza fu posta nelle mani di Francesca sotto forma di telegramma: “impossibilitata riprendere Clarice – stop – sposato proprietario hotel Lignano sabbia d’oro e partita per viaggio di nozze- stop – al ritorno abiterò hotel e Clarice rimarrà con te – stop- verrò a trovarla appena possibile – stop – vi voglio bene – Ginevra – stop. Grande fu la gioia di tutti gli amici dell’aia quando Francesca lesse a voce alta il testo del telegramma dal quale era facile dedurre che Clarice sarebbe rimasta a vivere nella cascina.
Nei giorni che seguirono ci fu un gran da fare per insegnare a volare ai giovani pettirossi. Mamma Clarice, dalla quale non si allontanavano mai, con vigorosi saltelli saliva fin sulla parte più alta del fontanile da dove si librava in volo seguita dai suoi piccoli. Ma i voli duravano poco e gli uccellini continuavano a piroettare nell’aia sotto lo sguardo preoccupato della mamma e quello divertito degli amici. “Chi di gallina nasce, convien che razzoli” chiocciavano le galline più indiscrete che assistevano ai tentativi di volo senza successo, convinte che gli uccellini non avrebbero mai spiccato il volo.
Non avevano certamente fatto i conti con la tenacia di Clarice che si rivolse a me per pianificare una strategia di volo e dopo alcuni giorni di studio e schemi tracciati con il becco sul terreno riuscimmo a mettere a punto un piano efficace da adottare. Di corsa salì sul trampolino di lancio insieme ai passerotti librandosi nell’aria insieme a loro, ma prima che atterrassero subentravo io sostenendo i piccoli con le ali e riprendendo il volo verso l’alto. Una volta giunta in alto li lasciavo di colpo ed i piccoli non potevano far altro che battere le ali. In men che non si dica i nidiacei furono in grado di volare da soli sempre più in alto e sempre più lontano.
Con il sopraggiungere dell’autunno il loro petto si colorò di rosso ed il loro canto divenne particolarmente melodioso: era giunto il tempo del “distacco” ovvero quel momento in cui ogni essere vivente, divenuto adulto ed autosufficiente è pronto a costruire una nuova famiglia. Si tratta di una fase molto delicata, spesso accompagnata da una grande sofferenza, sia per i figli che per i genitori ed il cuore di Clarice era infranto al pensiero di separarsi dai suoi piccoli.
Se ne stava frastornata in mezzo all’aia seguendo con lo sguardo i giovani pettirossi che svolazzavano tra lei e i rami degli alberi circostanti. Tutti gli amici dell’aia cercavano di confortarla, ma al contempo la spronavano a sostenere quell’importante e decisivo passo della vita. Ad un tratto con un rapido scuotimento del capo si liberò delle lacrime che riempivano i suoi occhi e ad ogni avvicinarsi dei passerotti con balzi decisi e determinati li colpiva con il suo robusto becco affinché si decidessero ad andare per la loro strada e lasciare definitivamente il “nido”.
Uno ad Uno scomparvero nell’infinito del cielo che Clarice continuò a guardare fino al salir del tramonto tra i garriti delle rondini che sembrava volessero confortarla dal suo dolore. Si sentiva morire al pensiero che quella sera nel casotto non avrebbe trovato più i suoi piccoli e quasi per istinto si diresse verso il pollaio davanti al quale l’attendevano le galline felici di averla tra di loro.