Storie dall’Aia – Chloe: storia di un’oca migratrice

Anche quell’anno, nell’ultima settimana di settembre, Duccio e Francesca, insieme agli allevatori che lavoravano nella fattoria, si erano recati alla fiera degli animali che si svolge a Terranuova Bracciolini fin dal 1600 e ne tornarono carichi di nuovi esemplari provenienti da allevamenti di ogni parte d’Italia.  “ci s’ha da mantenè la variabilità genetica p’havè animali forti e senza malanni” ripeteva ogni anno Anna, la contadina che si occupava degli animali dell’aia.

 

“In effetti”, replicava Francesca, “la diversità genetica all’interno di una popolazione di animali è di fondamentale importanza sia per portare avanti le caratteristiche più utili all’uomo (miglioramento genetico) come ad esempio la produzione di uova e di carne o le caratteristiche del piumaggio, sia per aumentare le capacità di adattamento alle variazioni ambientali che sottende all’evoluzione” e così tutti gli anni di buon’ora partivano per la fiera.

 

Al ritorno dalla fiera il furgone FIAT 615 guidato da Francesca aveva la base di appoggio carica di ceste con i volatili e una di queste fu portata immediatamente vicino al laghetto. “ci s’ha bisogno d’acqua pè codeste bestiole”, disse Anna aprendo lo sportello della gabbia, e subito ne vennero fuori due grandi oche dal becco e piedi neri. Anche il collo e la coda erano neri mentre, la zona che va dalle guance alla gola erano di colore bianco, come pure il petto e l’addome.

 

Si trattava di una coppia di oche canadesi note anche come “oche cigno” per l’eleganza del loro portamento. L’assenza del dimorfismo sessuale, come in quasi tutti gli uccelli acquatici non consentiva di capire quale fosse il maschio e quale la femmina, ma entrambi mostrarono subito un carattere docile e gregario e immediatamente si diressero verso la grande famiglia di oche romagnole che intanto quaqquerando e dondolando gli si erano fatte tutte intorno. Bastarono pochi qua qua e furono subito amiche.

 

Nelle ore più calde dell’estate quando le une accanto alle altre si sdraiavano all’ombra della grande roverella per raccontare le loro storie preferite, anche le oche canadesi ne prendevano parte e tutte rimanevano a becco spalancato a sentir quaqquerare di bianchi paesaggi innevati battuti dal gelido vento polare, di sconfinate foreste di conifere e di giganti predatori con la pelliccia, di immense pianure sgusciate dal permafrost e di volpi che cambiano il colore del loro manto.

 

Non si muoveva neppure una penna quando descrivevano il magico spettacolo dell’aurora boreale, con i suoi enormi archi e raggi luminosi di colore verde che maestosi, danzando si innalzano nell’alto dell’atmosfera terrestre.

 

Durante la suggestiva descrizione dei paesaggi polari artici, Emma, l’oca canadese femmina, amava quaqquerare della nonna Chloe che in realtà non aveva mai conosciuto se non attraverso i racconti di sua madre. “Mia nonna Cloe” incominciava “era nata in Alaska e faceva parte di una covata deposta in un nido scavato nel terreno della tundra. Tra questa vegetazione fatta di erbe basse, muschi e licheni spiccavano numerose piante di sassifraga dai bei fiori di colore viola che furono la prima cosa che mia nonna vide quando picchiettando il guscio dell’uovo ne uscì fuori.

 

Il loro nome significa “fiore che rompe i sassi” e mia nonna crebbe con le stese caratteristiche: forte e temeraria, ma soprattutto sempre pronta a volare incontro a chiunque avesse bisogno di aiuto. Per questo suo carattere, seppure ancora molto giovane, quell’anno la nonna fu inserita nel gruppo degli esemplari adulti, più forti ed esperti, che avrebbero guidato lo stormo durante la migrazione verso paesi più caldi dove trascorrere l’inverno.

 

In una sera di metà autunno il grande stormo era pronto sulla pianura per spiccare il volo con la tipica formazione a “V” ovvero quella disposizione che consente agli uccelli migratori di risparmiare energia poiché quando ciascun individuo batte le ali, si crea un vortice di aria verso l’alto che fa da spinta per l’uccello subito dietro riducendo grandemente la sua fatica. In tal modo l’autonomia di volo dello stormo aumenta notevolmente rispetto a quella di un uccello che vola da solo e ciò gli consente di compiere lunghi viaggi.

 

Avrebbero percorso migliaia di chilometri raggiungendo una velocità prossima gli ottanta chilometri orari lungo una rotta costante grazie alle capacità innate di orientamento possedute che vanno dalla percezione del campo magnetico terrestre, al riconoscimento degli elementi geografici delle terre sorvolate fino all’identificazione delle stelle. Ogni anno infatti i grandi stormi riescono a ritrovare i loro abituali luoghi di svernamento e di riproduzione.

 

Alla partenza però qualcosa non aveva funzionato e nonna Chloe si ritrovò da sola nella parte opposta della rotta definita per il lungo viaggio. Trascorse la notte in una depressione naturale del terreno ricoperta da legnetti, muschi e licheni e l’indomani mattina spiccò il volo per cercare di raggiungere lo stormo, ma sotto di sè vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Due orsetti bianchi seguivano una grande scia rossa lasciata dalla slitta sulla quale era stata caricata la loro mamma per essere trasportata sulla barca attraccata su uno degli isolotti.

 

Chloe capì subito che cosa era accaduto e senza esitare si diresse verso di loro parandovisi davanti con le ali aperte per allontanarli dalla slitta. I piccoli cercavano di superarla per seguire la scia ma lei con coraggio e determinazione li tratteneva allontanandoli sempre di più con vigorosi colpi di becco fino a quando i cacciatori scomparvero all’orizzonte.

 

Il sole era alto quado gli orsetti incominciarono a rassegnarsi e girare tutto intorno per ritrovare la loro tana. Cloe li seguiva premurosamente aprendo le ali su di loro per proteggerli dalla furia del vento. Lei sapeva bene che i cuccioli appartenevano alla specie del più grande carnivoro terrestre chiamato “principe dei ghiacci” e che non sarebbe stato facile prendersi cura di loro, ma il pensiero non la intimoriva e pianificò mentalmente una scaletta di cose da fare

 

Prima di tutto bisognava ritrovare la tana ed ogni tanto spiccava un volo di perlustrazione per scorgere qualcosa che potesse sembrare un rifugio per orsi e che sicuramente non era lontana considerando che i due orsetti dovevano essere venuti alla luce all’incirca nel mese di gennaio. Erano poi stati allattati dalla loro mamma più o meno fino ad aprile e con l’inizio del disgelo erano usciti dalla tana per scorrazzare nella tundra appena crescita sul permafrost.

 

Camminarono a lungo senza scorgere nulla fino a quando i due orsetti di colpo si arrestarono annusando l’aria tutto intorno.  Con il loro potente olfatto avevano fiutato la tana e con una rapida corsa la raggiunsero seguiti da Chloe che gli svolazzava sopra. In men che non si dica vi furono dentro e la giovane anatra sembrò tirare un sospiro di sollievo per aver almeno risolto il problema del ricovero notturno. Esausti, i due piccoli crollarono in un profondo sonno accoccolati sotto le sue lunghe ali.

 

Bisognava ora nutrire i piccoli orsi, non ancora in grado di cacciare e Cloe gli procurava quello che riusciva a trasportare con il becco: piccoli roditori, uova rimaste incustodite perché mai schiuse, e soprattutto resti di carcasse di grossi mammiferi come trichechi, beluga, foche, renne, rimaste dai pasti di altri orsi.

 

I giorni trascorrevano felici, il loro peso era triplicato e la soffice pelliccia, che tenevano costantemente pulita rotolandosi sulla neve diveniva sempre più candida. “Mamma prendici” gridavano correndo tra la bassa vegetazione della tundra e quando lei con pochi battiti di ali le era sopra gli orsetti si rotolavano sulla schiena con la pancia all’aria quasi a volerla abbracciare. A volte era lei a farsi inseguire correndo goffamente sulla pianura e quando la raggiungevano la immobilizzavano con le loro le grosse zampe plantigrade per ricoprirla di morbidose leccate.

 

Con l’avanzare dell’inverno però l’impegno di Cloe diveniva sempre più duro. La neve caduta copiosa aveva completamente chiuso l’ingresso della tana e quando sentiva che era l’ora di procurare il cibo usava il suo becco come una piccola pala per scavare un pertugio dal quale uscire. Per lo più ricercava carcasse di animali morti per il freddo o per malattia oppure avanzate dal pasto di grossi predatori ma quando queste si trovavano lontano dalla tana doveva fare avanti e indietro per l’intera giornata.

 

Le sue forze erano allo stremo e per non morire di fame, aveva imparato a nutrirsi anche lei con i resti degli animali. Lo sconforto le attanagliava la mente, ma quando calava la sera e si accoccolava vicino agli orsetti rassicurandoli con infiniti colpetti di becco, la fatica sembrava scomparire e la speranza riaccendersi. Si addormentava insieme a loro con il cuore colmo di gioia come quello di ogni mamma che strige a sé i propri piccoli

 

Trascorsero sei lunghi mesi battuti dal vento e dal gelo ed arrivò di nuovo la primavera. Con il disgelo tornò anche il grande stormo di oche canadesi e Chloe fu davvero felice di rivederle e quaqquerare con loro. Le sue amiche ascoltavano a becco aperto raccontare della sua intrepida avventura e non credevano ai loro occhi quando i giovani orsi le inseguivano per giocare.

 

Ben presto il gruppo di oche costituito dalle amiche e dalla famiglia di Chloe si abituarono alla costante presenza degli orsetti e quando le uova delle nuove covate si schiusero, i piccoli anatroccoli si trovarono davanti due enormi cuscini di morbida pelliccia bianca con un grande naso nero che li inseguiva in ogni dove. L’impriting fu immediato ed i giovani amici divennero inseparabili.

 

La grande famiglia allargata trascorse mesi meravigliosi, ma con l’inesorabile trascorrere del tempo per gli uccelli migratori giunse di nuovo il momento della partenza. Chloe però non si unì a loro perché sapeva bene che per l’orso bianco il distacco dalla mamma avviene piuttosto tardivamente, intorno al terzo anno di vita. Sapeva anche che per il loro sostentamento, una volta divenuti adulti, con un peso di circa 500 chili ed una lunghezza che si aggira intorno ai tre metri, avrebbero avuto bisogno di mangiare grandi quantità di carne.

 

Bisognava quindi insegnargli a cacciare sia sul pack che nell’acqua. Ogni giorno seguiva in volo gli altri orsi cercando di imparare le tecniche di caccia per poi trasmetterle ai suoi piccoli che in breve tempo, con l’aiuto dell’istinto che sottende alla sopravvivenza dell’orso polare, impararono a cacciare sia sulla banchisa schivandone i pericoli, sia nelle gelide acque dell’Artico dentro le quali potevano nuotare per molte ore senza sosta ad una velocità che arrivava fino ai dieci chilometri l’ora.

 

Quando Chloe ebbe la certezza che i suoi piccoli, erano ormai in grado di sapersi destreggiare tra i ghiacci dei quali sono il re, in un pomeriggio di inizio autunno, con il cuore infranto, li salutò. “abbiate cura di voi” gli disse commossa “Ci vedremo ancora” li rassicurò asciugando con la punta delle sue ali i grandi occhioni neri colmi di lacrime.  Raggiunto il grande stormo spiccò il volo verso le terre del sud.

 

Gli orsi inseguirono la formazione a “V” per chilometri con il muso rivolto verso l’alto. “Mamma torna presto!” gridavano allo stormo che diventava sempre più piccolo. Chloe non poteva udirli ma sapeva che non si sarebbe mai dimenticata di loro neanche quando incominciò a covare le sue uova e a portare i paperotti nell’acqua per insegnargli a nuotare. Ogni sera d’inverno, nei paesi del sud, con il becco rivolto verso il carro dell’orsa maggiore vedeva sulla stella polare il muso dei suoi orsetti che sembrava le dicessero “mamma ti vogliamo bene” e con il cuore colmo di gioia metteva la testa sotto l’ala.