Agnese: storia di un’oca romagnola

Quando frequentavo l’asilo, durante i giochi nel cortile in estate o nel grande salone interno, durante l’inverno, la suora di turno per stimolarci a giocare insieme organizzava dei girotondi come ad esempio quello dell’“uccellino in gabbia…” oppure dei trenini accompagnati da martellanti filastrocche come quella del “serpente che vien giù dal monte….”. Non amavo molto questi giochi perché, anche se per un solo momento, ci si trovava al centro dell’attenzione per rispondere “si” o “no” all’affetto per l’uccellino o per confermare se si era un pezzo della coda persa.

Per tale motivo mi nascondevo dentro la cavità del grande ulivo al centro del cortile quando eravamo fuori oppure dietro la tenda di velluto rosso che copriva l’ingresso della cappella interna quando eravamo nel salone. Poiché la suora di turno con tutto il codazzo immancabilmente mi ritrovava ero spesso costretta a cercare nascondigli “ove nessuno osava entrare” ovvero il bagno dei maschi o il confessionario di don Apollonio.

Quando però sentivo recitare la filastrocca delle ochette del pantano, uscivo fuori spontaneamente dai miei nascondigli e mi mettevo in circolo con agli altri bambini “le ochette nel pantano, vanno piano piano piano, tutte in fila come fanti, l’una dietro e l’altra avanti. Una si pettina, l’altra balbetta la stesa parola, una è nell’acqua come barchetta fatta di un foglio del libro di scuola”. Mi piaceva molto recitarla insieme agli altri mimando le ochette ed immaginando di essere una di loro zampettavo nel mondo della fantasia.

Sarò sempre grata a Renzo Pezzani per questa sua poesia che mi ha fatto amare fin da piccola le oche seppure si fossero concretizzate nella mia mente come creature magiche, sospese tra il cielo e la terra, considerato che, non avendo mai visto un pantano non riuscivo ad immaginarle intente a nuotare. Quando seppi da mio padre che il suo amico Duccio stava per mandargli due oche della sua fattoria fui davvero felice. Sarebbero arrivate di buonora un certo giorno con uno dei suoi furgoni diretti ai mercati generali di Roma e non vedevo l’ora che quel momento arrivasse.

Partecipavo con grande entusiasmo ai preparativi per accoglierle rimanendo incollata ai miei genitori. Mio padre costruì sotto il grande albero di mandorle, ad ovest del cortile, e non molto lontano dal pollaio, un piccolo casotto “a foratini” dove le oche avrebbero dovuto trascorrere la notte al sicuro da eventuali predatori notturni come volpi, faine o cani randagi.

Mia madre, che non aveva preso molto bene l’idea di quel dono, continuava a sbuffare: “le oche sono uccelli aquatici ed hanno bisogno di grandi quantità di acqua. Non è questo il posto adatto a loro. Ci daranno un sacco di problemi”. Comunque per fare buon viso a cattiva sorte, aveva scavato con la zappa una larga buca proprio sotto il tubo di scolo del fontanile affinché potesse raccogliere l’acqua in esubero e poter far sguazzare le oche che stavano per arrivare.

Il giorno tanto atteso arrivò. Al primo sorgere del sole mio padre e mia madre si misero fuori del cancello di ingresso alla nostra casa in attesa del furgoncino proveniente dalla Toscana. Erano scesi in punta di piedi per non svegliarmi, ma io ero comunque dietro i vetri della finestra che guarda sulla strada ad aspettare con ansia. Ad un tratto vidi mio padre sporgersi e fare un cenno per indicare all’autista che era arrivato a destinazione. Insieme presero per i due manici una grossa cesta ricoperta con uno spesso telone di iuta e la posarono sul vialetto d’ ingresso.

In un battibaleno fui di sotto e seguivo i miei genitori che portarono la cesta nella parte del cortile vicino al casotto. Quando fu sollevato il telo spuntarono due lunghi colli bianchi sormontati da due piccole teste con gli occhi celesti e un lungo becco arancione largo e piatto. Non si trattava certo di due anatroccoli bensì di due oche già grandine forse di un paio di mesi che, esitarono un po’ prima di uscire dalla cesta quando questa fu inclinata.

Si guardavano intorno con aria spaesata, poi all’improvviso si diressero verso il pollaio dove le galline si erano portate vicino alla rete di recinzione per guardarle meglio. Come erano buffe con il loro corpo tondeggiante a forma di barca, le zampe corte e i piedi palmati.  La loro andatura era goffa e barcollante e quando udii i loro primi starnazzi con la voce rauca e penetrante ebbi quasi un sussulto di timore. “E’ finita la pace” disse mia madre ridendo perché sapeva bene che le oche sono delle vere e proprie caciarone oltre ad essere delle grandi imbrattatrici per gli innumerevoli escrementi che ogni giorno lasciano tutto intorno. Insomma erano ben altra cosa rispetto a quelle descritte da Renzo Pezzani.

Ma io non pensavo di certo a questi aspetti e non vedevo l’ora di giocare con loro seppure mia madre fosse un po’ reticente. “non ci conoscono ancora e bisogna stare attenti perché le oche sono molto aggressive con gli estranei” diceva tenendomi lontana dal loro becco. Nei giorni che seguirono incominciarono però a definirsi i ruoli. Mia madre era divenuta il loro capo indiscusso, anche perché spesso le indirizzava con il manico della scopa, ed io una loro compagnuccia che cercavano in ogni momento per quaqquerare e giocare insieme.  Trascorsi l’estate più bella della mia infanzia. La mattina di buonora mi svegliavano con il loro prorompente qua qua e mi aspettavano in fondo alla scala esterna per dirigerci insieme verso il fontanile.

La grande buca scavata da mia madre con il loro continuo rinvangare era divenuta un pantano e ogni giorno bisognava svuotare almeno una vasca del fontanile per riempirlo e ripulirlo.  Per impedire che mi infilassi anch’io in quell’acqua insieme a loro, mia madre aveva posto all’ombra del grande salice che cresceva a pochi metri dal pantano una enorme bagnarola di plastica azzurra che ogni mattina riempiva di acqua mettendola a scaldare al sole. A metà mattinata mi ci infilavo dentro con il mio magnifico costumino di filanca giallo con il quale ero andata al mare soltanto alcune volte con il pulman della parrocchia ed era ancora nuovo.

Spesso mettevo insieme a me, nella bagnarola, la mia unica bambola di plastica di nome Mauretta che piaceva molto alle mie amiche e ogni tanto cercavano di portarmela via. Sguazzavamo per tutta la mattinata quaqquerando fino a quando non mi ritiravo in casa per il pranzo ed il riposino pomeridiano. Loro si sdraiavano all’ombra del salice a sonnecchiare ed erano raggiunte anche da tutte le galline che nel frattempo mia madre aveva fatto uscire dal pollaio affinché potessero razzolare e trovarsi un posto al fresco tra la vegetazione per trascorrere le ore più calde della giornata.

Aspettavo con ansia che i miei genitori si fossero addormentati per sgattaiolare fuori e dirigermi verso la pennuta comitiva. Mi piaceva molto ascoltare le loro quaqquerate, alternate alle chiocciate delle galline ed insieme sembrava facessero a gara nel raccontarmi le loro storie. Spesso con tutti quei racconti mi addormentavo sdraiata vicino a loro e mi svegliava mio padre per l’ora della merenda che facevamo insieme sotto il grande albero di noce.

“Mentre tu dormivi” incominciava mio padre “le oche mi hanno raccontato tante cose sulla loro vita in Toscana. Mi hanno detto che non sono cresciute in un pantano, come questo bensì sulle rive di un piccolo lago artificiale alimentato da un ramo del fiume che costeggia il bosco. Il laghetto fu  realizzato in tempi remoti per avere sempre a disposizione l’acqua necessaria alle molteplici coltivazioni che si praticano nella grande cascina di Duccio.

Le sue rive sono popolate dalla tipica vegetazione lacustre sulla quale svetta un fitto canneto che i contadini utilizzano per raccogliere le canne necessarie a sorreggere i fusti delle piante rampicanti come i fagiolini e i pomodori. In alcuni tratti della riva, lontana da quella dove sguazzano le oche crescono anche altri esemplari di piante acquatiche come la tifa, il coltellaccio maggiore e in alcuni punti dove l’acqua cede il posto alla terraferma, anche i magnifici cespi di carice  frammisti al giaggiolo giallo.

 Nel tratto di riva verso la cascina, vicino alla quale è stato costruito il ricovero notturno, però la vegetazione è molto scarsa a causa della voracità delle oche ed ha ceduto il passo alla fanghiglia per il loro continuo rivangare il substrato alla ricerca di vermi e piccoli molluschi proprio come fanno qui da noi. Nella loro fattoria però le oche sono tantissime, quasi un centinaio e quindi puoi immaginare come hanno ridotto quel povero laghetto.

 La maggior parte di loro sono “oche romagnole” proprio come le nostre. Il loro piumaggio è completamente bianco mentre il becco e le zampe sono arancioni. Hanno il corpo possente con il petto prominente e muscoloso e  quando sono adulte, posso superare anche i 10 chili di peso. La loro apertura alare può arrivare fino a due metri e sono così aggressive con gli intrusi che da sempre vengono utilizzate come cani da guardia.

Di solito vengono chiamate anche “oche di Roma” perché durante una manifestazione mondiale, che si svolse a Barcellona nel 1926 qualcuno le chiamò così pensando alle famose oche del campidoglio. Erano queste un gruppo di oche che nella notte del 382 a. C. sul colle del Campidoglio, uno dei sette colli sui quali è stata costruita la città di Roma, dove vivevano libere nel tempio dedicato alla dea Giunone, sventarono l’attacco dell’esercito dei galli guidato dal comandante Brenno. Quando si accorsero del sopraggiungere del nemico, infatti, incominciarono a starnazzare allertarono l’esercito romano che si mosse per il contrattacco.

Naturalmente mi hanno anche raccontato, continuava, che nel loro grande stormo, così è chiamata la loro comunità seppure vivano sempre a terra, ci sono anche altre varietà di oche, come ad esempio quelle di Tolosa. E’ questa una varietà originaria del nord della Garonna (Francia), caratterizzata dal piumaggio grigio come quello dell’Oca Selvatica dalla quale deriva, e dalla presenza di una plica cutanea (bavetta) posta sotto il mento oltre che da una enorme chiglia che in alcuni esemplari assieme ai doppi sacchi ventrali tocca il suolo.

Queste oche per il loro aspetto imponente sono chiamate “mammut del mondo delle oche” e sono conosciute soprattutto per la produzione del patè d’oca (foie gras) che si ottiene, soprattutto in Francia, sottoponendo le oche ad una alimentazione forzata (gavage). Per fortuna però questa pratica barbara e crudele, già presente nell’antico Egitto, comincia a divenire illegale in molti paesi e speriamo che da qui a poco nessuno gradirà più questo infernale alimento.

“Papà ma come hanno fatto le oche a raccontarti tutte queste cose?” “Semplice loro sono delle grandi quaqquerone ed io conosco la loro lingua. Naturalmente non solo, conosco anche il chioccese delle galline lo zighese dei conigli il gloglottese dei tacchini e delle galline faraone e tante altre lingue sia degli animali che delle piante”. “Ma te le hanno insegnate a scuola tutte queste lingue”? “Si, ma non in quella dove andrai tu il prossimo anno bensì nella scuola della natura dove per conoscerla bisogna imparare ad ascoltarla”. “La natura ci parla di sé con infiniti suoni, segni e linguaggi dobbiamo soltanto concentrarci per comprenderli”.

Quel pomeriggio rimanemmo più a lungo seduti all’ombra del grande noce per sottrarci all’afa che ancora rendeva l’aria insopportabile. Le due oche romagnole con passo anserino dondolando furono presso di noi seguite dalle galline e tutte insieme si sdraiarono vicino ai nostri piedi. Fu allora che cominciarono a quaqquerare di loro ed io con la traduzione simultanea di mio padre rimasi incantata ad ascoltarle.

“Noi siamo gli uccelli acquatici maggiormente legati alla vita quotidiana degli umani”, incominciò quella leggermente più grossa. “Abbiamo storie in comune provenienti fin dai tempi della preistoria e nell’antico Egitto eravamo addirittura considerate sacre. In tutte le epoche siamo state scelte come protagoniste di innumerevoli favole e racconti e c’è stato un famoso etologo di nome Konrad Lorenz che ha studiato a lungo il nostro comportamento per farne un libro intitolato L’anello di re Salomone.

Nella fattoria di Duccio ogni giorno le oche che vi abitano raccontano innumerevoli storie che dimostrano quanto la nostra vita sia legata a quella degli umani. Tra queste c’è quella di Agnese un’oca bianca che negli anni 20 del secolo scorso viveva in un mulino della Valpantena. E’ questa una stretta vallata che si estende da Verona fino ai monti Lessini, dove il sole sorge troppo tardi e tramonta troppo presto, e dove gli abitanti dei paesi che vi sorgevano non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena.

Vivevano del duro lavoro che consisteva nella raccolta della selce, una roccia sedimentaria costituita da silice, che chiamavano folenda, con la quale si fabbricavano acciarini ed abrasivi, oppure nella raccolta di sassi di calcare dai quali ricavavano la calce (calsìna) per l’edilizia. I guadagni erano pochi ed il cibo scarso, ma per fortuna a Lugo, una frazione del paese di Grezzana c’era un mulino dove il proprietario di nome Marcellino dava la farina a credito sulla fiducia o addirittura la regalava a quelle famiglie che non potevano pagare.

Si trattava di un vecchio mulino ad acqua tramandato di padre in figlio da oltre quattro secoli e Marcellino, padre di nove figli vi lavorava dall’alba al tramonto con amore e dedizione aiutato da sua moglie Maria e dai figli più grandi. Maria inoltre coltivava un piccolo orto proprio vicino al corso d’acqua che alimentava le pale del mulino ed allevava numerosi animali da cortile.

Tra questi c’erano anche molte oche della nostra razza perché costavano poco. Tutto ciò di cui avevano bisogno, infatti, erano grandi spazi verdi dove pascolare e grandi quantità di acqua dove nuotare e rinvangare il fondo di superficie che di certo, a ridosso del mulino, non mancavano.

In cambio le oche costituivamo il vero sostentamento della famiglia e anche della maggior parte degli abitanti del paese. A quei tempi ci chiamavano i “maiali dei poveri” perché da noi ricavavano ogni cosa a poco prezzo, perfino il morbido e candido piumino che veniva utilizzato per imbottire coperte e giubbotti con i quali gli abitanti della vallata veneta riuscivano a superare il freddo e il gelo dei lunghi inverni.

Quell’anno una delle femmine più anziane dello stormo di oche, aveva deposto nel nido, costruito tra i cespugli, quindici uova, un numero di gran lunga superiore a quello degli altri anni e dopo averle covate per circa un mese non tutte si erano schiuse. Gli allegri paperotti con il loro piumino giallo già correvano nell’acqua insieme a mamma e papà quando il penultimo figlio di Marcellino e Maria si accorse che nel nido c’erano tre uova incustodite.

“Màma mi g’he posso cipàr un òvo” disse il piccolo rivolendosi alla madre “ma si, ti li po’ cipàr tutti e trèa tanto non gavemo catà gninte da quèste òva” rispose Maria che intanto con fare deciso le aveva poste dentro una fuscella, il piccolo cestino di vimini intrecciati con il quale si preparavano le ricotte, e gliele aveva date pensando che ciò sarebbe stato utile per distoglierlo dalla sua attività principale ovvero stare tutto il giorno seduto su di un grande masso a ridosso del corso d’acqua a contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.

Apollinare, così si chiamava il bambino, in onore del patrono del paese, non si allontanava dalla sua contemplazione neanche all’ora di pranzo tanto che qualcuna delle sorelle più grandi doveva  sempre andare a prenderlo perché non udiva la voce della mamma che lo chiamava con insistenza. “Ti sì pròprio stràmbo”, spesso gli dicevano tirandolo per un braccio “non ti g’ha fame? ti g’he vivi sòlo de èstro ciò”.

Ogni tanto suo padre vedendolo sempre distaccato e trasognante e soprattutto poco partecipe al gran ciarlare delle sorelle e fratelli gli diceva: “ti te g’ha portà vànti il làoro del mùlin. Da dòman ti vègni co mì”. Il dòman però non arrivava mai perché Apollinare, che comunque era soltanto un bambino, si defilava sempre da qualsiasi impegno per tuffarsi nel mondo della fantasia.

Ma quelle uova lo avevano riportato casa. Stringendo al petto la fuscella, corse in camera e la sistemò con cura sotto le coperte del suo letto. Ogni sera si addormentava con il piccolo cesto tra le braccia e durante il giorno ogni tanto andava a controllarlo accarezzando e muovendo delicatamente le uova come fanno tutte le chiocce del mondo.

“Ti si n’à ciòca spesso le dicevano le sorelle per stuzzicarlo e lui le inseguiva per ruzzare con loro. Insomma quelle tre uova avevano portato l’allegria e la complicità nella nidiata di Marcellino e Maria. Grande fu lo stupore e la gioia quella mattina di primavera inoltrata quando Apollinare svegliandosi sentì vicino al suo collo qualcosa di morbido. Durante la notte una delle uova si era schiusa ed il piccolo paperotto saltando fuori dalla fuscella si era accoccolato nel punto più caldo e protetto.

Prendendo delicatamente la piccola creatura tra le mani, a piedi nudi, scese di corsa in cucina dove tutti erano già intorno al tavolo per consumare la colazione. “mi g’he so deventà popà” gridò felice mostrando orgoglioso il morbido piumino giallo e grande fu davvero la gioia di tutti che gli si fecero intorno per accarezzarli entrambi.

“Mamma, come mi dà ciamàr la mi fiòla? Disse Apollinare rivolgendosi alla mamma che, dopo aver a lungo guardato verso l’alto intenta a pensare, rispose: “Agnese. La ti g’ha ciamàr Agnese.” Non a caso questo nome è sinonimo di amica leale, sincera e disponibile che aiuta sempre chi ha bisogno a perseguire i suoi progetti. E’il nome anche di colei che detesta la monotonia e spinta dalla sua innata curiosità, è sempre pronta a partire verso nuove avventure alla ricerca del cambiamento.

Con Agnese  accanto la vita di Apollinare cambiò davvero. Seguiva il suo dondolante qua qua in posti mai esplorati vincendo incertezze e timori. Tutto il giorno insieme erano sempre alla ricerca di nuove scoperte e a volte si spingevano fin dentro i paesi vicini. Nelle piazze il ragazzo sentiva parlare dei problemi dei contadini e degli allevatori, del cibo che non bastava mai, della carne che si mangiava soltanto una volta l’anno ed incominciava a pensare come poter fare per aiutare quella povera gente.

Altre volte esploravano in largo e lungo il mulino studiandone i meccanismi di funzionamento ed alcuni anni dopo, all’età di soltanto undici anni Apollinare incominciò ad aiutare suo padre nel lavoro di mugnaio accompagnato dalla sua inseparabile amica che con grande capacità comunicativa riusciva sempre a guidare le sue scelte.  Con i consigli di suo figlio, nel 1926 Marcellino sostituì il vecchio mulino ad acqua con uno dei primi mulini elettrici a cilindri per la macinazione dei cereali da cui otteneva sia la farina “bianca” di frumento che quella “gialla” di granoturco.

Ciò rappresentò una grande innovazione per quei tempi segnando l’avvio di una florida attività che qualche anno dopo si arricchì anche della produzione dell’olio mediante la costruzione di un oleificio. Intanto Apollinare, che aveva presto imparato da suo padre ad amare il lavoro e l’arte molitoria, iniziò a frequentare le scuole di avviamento commerciale e, due volte la settimana, le lezioni serali nella scuola ambulante di agraria che si trovava poco lontano dal paese. Agnese lo seguiva in tutti i suoi innumerevoli spostamenti e lui ne traeva coraggio e spirito di iniziativa.

Ben presto il giovane incominciò ad amministrare, con grande profitto, la contabilità della famiglia e a rivolgere la curiosità, trasmessagli da Agnese, verso le innovazioni tecnologiche delle quali andava alla scoperta viaggiando nei vari paesi d’Europa. Trascorsero così molti anni durante i quali il giovane sperimentò numerose attività nel mondo della zootecnica fino a quando il primo maggio del 1958, diede l’avvio alla sua carriera imprenditoriale.

Insieme a sua moglie Cesira e a cinque figli, lasciò con tanta nostalgia i luoghi dell’infanzia, per trasferirsi a Quinto, un paese della Valpantena, dove  costruì, accanto ad una casetta bianca a due piani, la prima industria per la produzione di mangimi al fine di garantire alimenti sani e nutrienti a tutti gli animali da allevamento in ricordo della sua cara amica Agnese che era sempre nei suoi ricordi”.

La storia mi piacque molto tanto che decisi di chiamare le mie nuove amiche “Agnese” e di non separarmene mai. Con il sopraggiungere dell’autunno fui costretta a lasciarle durante le ore antimeridiane per frequentare la scuola e quando si avvicinava l’ora dell’uscita non vedevo l’ora di tornare da loro per raccontargli tutto quello che avevo imparato. Anche loro mi aspettavano con ansia e quando mi vedevano varcare il cancello di casa mi correvano incontro starnazzando e battendo le ali.

Con il passare degli anni il tempo che trascorrevamo insieme era sempre di meno, ma comunque colmo di grandi emozioni ed immensa complicità. Anche a voler spremere le mie meningi all’infinito non riesco a ricordare quando è cessata la nostra frequentazione. Forse mai, considerando che con l’arrivo dei miei figli in casa mia hanno sempre abitato due piccoli anatroccoli che io chiamavo sistematicamente Agnese mentre loro preferivano chiamarle Adelina e Guendalina bla bla come le oche degli Aristogatti.

Quando nell’aprile del 2010 lessi la notizia della morte di Apollinare Veronesi, il creatore della più grande azienda europea specializzata nella lavorazione di carni di vari tipi e nella produzione di uova nota in tutto il mondo con il nome di Agricola Italiana Alimentare (A.I.A.), provai una profonda commozione perché mi tornò alla mente la storia di un’oca romagnola, chiamata Agnese che tanto peso aveva avuto nella vita  di un bambino  che trascorreva la maggior parte del suo tempo seduto a ridosso di un ruscello contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.