Tra gli animali che abitavano la fattoria sulla collina del chianti c’era anche un piccolo gruppo di galline faraone che però non si vedeva mai razzolare nell’aia insieme a polli e galline né quaqquerare in prossimità del pantano insieme alle oche e alle anatre. Il loro forte istinto gregario, ma al contempo schivo e testardo le portava infatti a starsene per conto loro allo stato semibrado.

Durante il giorno razzolavano nel grande prato adiacente la fattoria spingendosi, a volte fino ai bordi del pantano alla ricerca dei vermi più succulenti, ma con il levarsi del tramonto risalivano la vicina collinetta sormontata dal grande albero di roverella tra i cui rami si appollaiavano per trascorrere la notte. Non era stato, pertanto, necessario, costruirgli un ricovero notturno per proteggerle dai predatori.

Allevarle di sicuro poco impegnativo ma risultava molto difficile trovare i loro nidi per raccogliere le uova. Inoltre le femmine di faraona non avendo un grande istinto materno tendevano a lasciarle incustodite durante il periodo della cova con il risultato che ad ogni primavera i loro pulcini erano sempre molto pochi.

“Un mi piace punto allevà codeste gallinelle” diceva ogni tanto, Anna la contadina che aiutava Francesca nell’allevamento degli animali dell’aia, “non ci si cava ne’ova e né pulcini da vende”.  “Ci s’ha da miralle pe’ la sù bellezza africana” rispondeva Francesca con aria incantata e quando al tramonto insieme si dirigevano sulla collinetta con il becchime per integrare la loro alimentazione, spesso, nelle calde serate d’estate, le due amiche si sdraiavano sulla fresca erba per tuffarsi nel magnifico scenario che il tramonto offriva.

La sagoma della quercia scandita sul cielo infuocato, in particolare, ricordava a Francesca le grandi acacie che aveva visto a ridosso della savana quando con i suoi genitori andava a trascorrere le vacanze dallo zio Cosimo. Erano stati quelli i periodi più belli della sua infanzia ed il fascino dell’africa racchiuso nelle piccole cose come un cielo stellato senza eguali, o il profilo di un albero al tramonto o semplicemente il tepore dell’aria che accarezza la pelle l’avevano accompagnata per tutta la vita.

In quella magica atmosfera le galline faraone le si facevano intorno seguite da tutti i volatili che vivevano nei paraggi, comprese le anatre di germano reale. Fatimah, la gallina faraona più anziana le si appollaiava sul petto ed insieme sgranavano i loro ricordi dell’Africa.

“Lo zio Cosimo” incominciava Francesca “era il fratello di mio padre e si era trasferito in Etiopia, uno degli stati più antichi del centro-est dell’Africa, durante il periodo del colonialismo promosso dalla politica italiana tra gli anni trenta e quaranta. Ad Adiss abeba (capitale dell’Etiopia) aveva conosciuto una magnifica ragazza di nome Lewa di cui si innamorò a prima vista e che sposò contro la volontà dei suoi genitori che non vedevano di buon occhio il matrimonio con un immigrato.

I due giovani lavoravano tutto il giorno con grande fatica nella piantagione di caffè appartenente al padre della ragazza, ma quando nacque il loro primo figlio il neo nonno decise di affidargli la gestione dell’intera caffeicoltura che in pochi anni riuscirono a trasformare nella più grande azienda produttrice di caffè di quei tempi.

La “coffea arabica” ovvero la pianta dalla quale si ricavano le rosse drupe i cui semi tostati si utilizzano per produrre la nota bevanda è originaria proprio di quel territorio dove una leggenda narra che fu scoperta per caso a Kaffa, regione dell’antica Etiopia, da un pastorello di nome Kaldis. Egli si era accorto, infatti, che le sue capre, dopo aver brucato da alcuni arbusti, ricchi di bacche, che crescevano spontanei, divenivano particolarmente irrequiete ed attive.

Per cercare di capire di che cosa si trattasse portò le bacche dai monaci mussulmani del monastero di Chehodet i quali dopo averle esaminate a lungo si convinsero che si trattasse di una pianta malefica e gettarono le bacche energizzanti nel fuoco. Dalle bacche abbrustolite si emanò una fragranza aromatica che ispirò i monaci ad utilizzarle per preparare delle tisane con le quali potevano rimanere svegli e concentrati nelle lunghe notti di preghiera. Da allora l’utilizzo di quella strana bevanda cominciò a diffondersi, prima tra i monasteri e poi nei mercati di tutto il mondo.

La casa degli zii si trovava a ridosso della piantagione di caffè, poco lontana dalla città di Bonga, ma durante la nostra permanenza si organizzavano escursioni guidate che duravano anche mesi. Si trattava di veri e propri viaggi avventurosi sui fuoristrada alla scoperta di paesaggi incontaminati che andavano dalla foresta pluviale degli altopiani di Bonga fino al monte Wenchi (vulcano spento alto 3386 metri) e dall’omonimo lago disseminato da tante piccole isole che lo sovrastava fino nella valle del fiume Omo.

A volte con i fuori strada si costeggiava il fiume Omo lungo tutto il suo decorso fino al lago Turkana a nord-ovest del Kenya dove il fiume sfocia.  Il lago, conosciuto anche come il Mare di Giada, per lo spettacolare colore delle sue acque, era immerso in un territorio reso magico dalla rigogliosa vegetazione che lo sovrastava grazie alle piene stagionali del fiume. Qui si trovavano paludi infestate dai coccodrilli, ma anche i più svariati gruppi etnici e tribù con le quali si soggiornava ammirando le loro abitudini di vita e le loro ancestrali cerimonie.

Durante il viaggio di ritorno per un tratto si percorrevano le strade sterrate dalla parte del Kenya e qui lo zio Cosimo amava trattenersi per diversi giorni in un villaggio Masai con il cui capo, di nome Essan si conoscevano da molto tempo. Quasi tutti gli anni andava a trovarlo per rifornirlo di tutte quelle merci che non si trovavano nei villaggi come riso, caffè, zucchero, ma anche tessuti perline di vetro e tante altre cose necessarie sia per mangiare che per abbellire il proprio corpo. ……….Continua

Le bambine erano salve e rimasero accovacciate sotto le nostre ali fino al giorno successivo quando vedemmo in lontananza, tra la polvere rossa sollevata dalle sgangherate ruote di legno del pesante carretto ricolmo dei recipienti con l’acqua, la loro mamma con i fratelli. Le bambine con una corsa la raggiunsero e quella più piccola le saltò in braccio. La mamma la strinse forte al petto e poi con un gesto deciso la sistemò a cavalcioni sulle sue spalle. Di nuovo insieme, felici ripresero il cammino verso il villaggio e la bambina più piccola, rivolta verso di noi,  ci salutava ripetutamente con la mano ed un sorriso che avrebbe illuminato la notte più buia dell’universo.

 

 

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