Tutti la chiamavano Gnesina e nutrivano per lei un grande rispetto adoperandosi come potevano per aiutarla a sopravvivere. Era una donna alta e magra che alternava due vestiti modello chemisier, uno di colore nero e uno blu anche se il tempo li aveva ormai resi indistinguibili. Aveva anche uno chemisier di colore grigio chiaro con la gonna plissè che però indossava molto raramente e per tale motivo era ancora quasi nuovo.
In inverno metteva sulla testa un enorme scialle di lana nero con la frangia che le arrivava fin sopra i fianchi e nelle giornate particolarmente fredde come quelle con la neve ed il ghiaccio si infilava dentro una grande mantella militare che arrivava fino ai piedi.
La sua caratteristica però era quella di mettere un grande fazzoletto di colore blu intorno al viso che, passando sotto il mento era legato sulla testa, proprio come un uovo di pasqua. Non se lo toglieva mai ed era talmente scolorito da essere divenuto color carta di zucchero tendente al beige.
Gnesina abitava in un casolare costruito in pietra con il tetto a tegole e coppi di terracotta sul quale si vedevano ancora i segni di entrambi le guerre. Le stesse guerre che le avevano portato via tutto: la famiglia, l’adolescenza la giovinezza, la voglia di vivere. Di lei si sapeva davvero molto poco perché non parlava mai con nessuno, anzi quando qualcuno le rivolgeva la parola, lei accennava qualche suono incomprensibile e frettolosamente si allontanava.
L’unico posto dove si recava quasi ogni giorno era il casolare di Pierina e Settimio, che si trovava di fronte alla sua abitazione, dove c’erano tutti i segni della florida attività pastorizia che svolgevano. Si trattava di un vero e proprio casale tipico della Campagna Romana dove oltre ai proprietari vivevano anche i lavoratori stagionali.
La costruzione massiccia, rettangolare era formata da due piani circondati da un grande cortile dove razzolavano galline, polli, oche e dove spesso sostava l’sino con cui Settimio trasportava pesi di ogni genere. Nel piano terra si trovavano sia gli ambienti da lavoro dove Pierina, insieme ad alcuni lavoranti, ogni mattina faceva il formaggio sia quelli dedicati alla stagionatura. Nella parte posteriore c’erano due grandi ovili ed alcune costruzioni con una piccola cucina dove alloggiavano i lavoratori stagionali.
Alle stanze del piano superiore, dove abitavano i proprietari con i loro tre figli, si accedeva con una scala esterna che terminava sul ballatoio dove si aprivano le porte della grande cucina e di tre camere da letto. Il parapetto era sempre sormontato da vasi con i gerani ed io amavo molto affacciarmici quando la mamma andava a trovare Pierina con me al seguito. Mi piaceva molto anche tendere l’orecchio verso di loro quando sorseggiando il caffè con la ricotta appena fatta parlavano di Gnesina.
“Quasi tutte le mmatine vè qua de bon’ora e me chiede d’aiutamme” raccontava Pierina. “Sii!! gli faccio io. Comincia ad appiccià lu focu che mò appena arriva Mariano co lo latte comincemo a fa lu cacio e la ricotta. Subbito m’aiuta a mette la callara de rame sopra allu treppiedi e appiccia li ramitti. Po’, appena so misso lu caglio dentro lu latte comincia a girà co lu spino (bastone di legno che porta rametti secondari, corti, sottili ma molto robusti, viene utilizzato in particolare per tagliare la cagliata ma anche per altre fasi della trasformazione) e non smette più manco un minuto, fino a quanno tocca a mette la cagliata dentro le fuscelle de giunco. Poi dopo che m’ha aiutata a sistemalle sopra le tavole e semo fatto pure le ricotte, se leva lu zinale (parannanza o grembiule da cucina), lo arrotola, se lo mette sotto a un braccio e piglia la strada pe issene.
“Fermate! ci faccio, non de né iì a mani vote e così ci metto dentro a un sacchitto de tela nà caciottella, nà fuscella de ricotta e quavvota pure du braciolette de pecora. Certe vote quanno ce se n’contra pure Settimio ci mette quà mille lire dentro la saccoccia e essa a coccia bassa senza di gnente se ne va.” “Quanta dignità nella povertà” replicava mia madre con gli occhi umidi “di sicuro era una grande signora prima de venire ad abitare a Villa Adriana. Domani faccio nà bella spesetta e ce la porto” incalzava.
In effetti quasi tutte le volte che mia madre andava da Sesto Papili per comprare la carne gli diceva “O Sé damme due belle fettine tenere pè Gnesina” e Sesto, soprattutto in inverno, dopo che mia madre aveva pagato, prendeva uno dei fogli più grandi di carta paglia, ve ne appoggiava sopra uno di carta oleata e poi vi coricava in mezzo una striscia di carne insieme ad un grande osso. “Portalo a Gnesina e dicii de faccesse lu brodo pè beveselo alla salute mea” diceva a mia madre porgendole il fagotto.
continua …………..
Quell’anno feci gli esami di licenza elementare e poiché ero stata molto brava mia madre mi aveva mandato al mare con la zia Anna che tutti gli anni prendeva in affitto una casa a Minturno e ci rimaneva due mei con la speranza che mia cugina Teresa potesse dimagrire con l’intervento dello iodio. Ci rimasi tutto il mese di luglio e quando tornai i miei amici gatti, cani, galline, oche e quant’altro, quasi non mi riconoscevano per come ero diventata nera.
Preoccupata per l’iscrizione alla scuola media, dissi a mia madre che bisognava andare a ritirare dalle suore il diploma di licenza elementare. Lei dapprima incominciò a tergiversare, ma poi acconsentì e anche quella volta prendemmo l’accorciatoia in mezzo al prato. Giunte davanti alla casa di Gnesina vidi che c’era una grande ruspa ed un camion che portava via i calcinacci. Non credevo ai miei occhi e non riuscivo a capire che cosa fosse accaduto.
“Semplice” mi rispose mia madre “il terreno è stato espropriato dal comune e venduto ad una ditta di costruzioni che ci realizzerà sopra due palazzine”. “Che fine ha fatto Gnesina? Dove è andata a vivere?”, “Nessuno lo sa. Pierina mi ha mandata a chiamare per salutarla la mattina stessa che sono arrivate le ruspe perché le ha viste. C’era già un gruppetto di persone davanti alla sua casa quando sono arrivata io e il suo mobilio era già stato caricato su un camioncino telato.
E’ uscita accompagnata da due giovani che avevano in mano due grosse bose piene zeppe e lei teneva la borsa a quadrucci di pelle, con la quale le portavo la spesa, semivuota, appesa ad un braccio. “forse voleva restituirtela insieme al quadernone con la copertina di pelle che aveva avuto da sua nonna e che mi aveva promesso” dissi con tono preoccupato “perché non l’hai presa tu quella borsa” “Perché uno dei giovani gliel’ha sfilata dal braccio prima che lei potesse replicare qualcosa e l’ha sistemata insieme alle altre sul vano di carico. Poi i due giovani l’hanno aiutata a salire sul sedile della cabina di guida e quando il camioncino è partito abbiamo applaudito. Lei era rivolta verso di noi, visibilmente commossa e alzando la mano ci ha saluti.
Nessuno di noi sa dove è stata portata. Qualcuno ha detto che quei due giovani erano operatori sanitari del comune che lavoravano ai vecchioni (residenza sanitaria per anziani). D’altronde Gnesina aveva più di settanta anni, non poteva più vivere da sola. Qualcun altro ha detto che quel furgone veniva dalla toscana e che era stato inviato da sua sorella”.
A guardare quelle macerie fui assalita da una sensazione di grande sconforto. Era tutto ciò che rimaneva del vissuto di una famiglia, delle loro storie, di un grande amore. Il ricordo! forse è quello che dà un senso alla vita. Sono trascorsi tanti anni e ancora mi ricordo di quella strana signora che nei pochi momenti di lucidità aveva voluto condividere con me la storia della sua adolescenza, ma al contempo anche i valori che le erano stati trasmessi dai suoi antenati come l’amore per la natura e per la ricerca scientifica.
Aveva voluto insegnarmi, anche se in pochissimo tempo, ad essere forte e determinata come lei e di certo io non l’ho mai dimenticata perché in fondo quella grossa sedia impagliata sulla quale le sedevo vicino è stato il mio primo muretto e si sa che le storie del muretto non si dimenticano mai.