Frequentavo la seconda media quando vidi per la prima volta l’immagine di questo dipinto. Era sulla cattedra insieme a tante altre che l’insegnante di educazione artistica aveva portato per la lezione di “copiato da artisti famosi”. Mi colpì subito l’intensità dello sguardo nel quale ci potevi leggere quello che volevi e naturalmente non ebbi dubbi nella scelta. Chiesi notizie sull’autore al professore che me ne raccontò brevemente la vita sottolineando che avrei spesso sentito parlare della sua follia ma ciò soltanto perché le persone, che si definiscono normali, molto spesso non riescono a capire il disagio e il senso di inadeguatezza che le persone geniali vivono standogli accanto. “Del resto” mi disse “il confine tra la genialità e la follia è molto sottile e a volte non esiste affatto”. Me ne innamorai subito ed è stato il mio pittore preferito per il resto della vita.
Vincent dipinse questo autoritratto nel settembre del 1889, durante uno dei suoi ricoveri nell’ospedale psichiatrico di Saint-Rémy-de-Provence dove si era ritirato spontaneamente qualche mese prima per un profondo malessere interiore. Parlando dell’opera con suo fratello Theo scrisse: “Noterai come l’espressione del mio viso sia più calma, sebbene a me pare che lo sguardo sia più instabile di prima”. In realtà si tratta di uno sguardo che è alla ricerca di qualcosa che non ha ancora trovato. Lo dimostrano le pennellate a spirale senza meta dello sfondo. Le stesse spirali dei cipressi, dei covoni , del cielo stellato che vanno alla ricerca di una ragione di vita che il genio non riesce a trovare. I colori sono tenui, pacati per la ritrovata serenità in un ambiente dove, forse, si sente tra amici.
nota: ho donato questa tela ad una cara persona di nome Carlo Cavalloti quando ho scoperto che anche lui ne era innamorato
Vincent Van Gogh: Autoritratto, olio su tela 65X 54, settembre 1889 – Museo d’Orsay di Parigi
