In tutti i tempi e in tutti i luoghi c’è sempre stato un “muretto” inteso come spazio fisico dove i giovani si sono incontrati per conoscersi e socializzare. Dalle grotte preistoriche all’agora greca, dai gradini delle cattedrali ai muretti di confine di piccoli paesi arroccati sulle montagne, dagli angoli più appartati di giardinetti pubblici e bar a quelli dei grandi spazi metropolitani fino alle grandi “piazze” virtuali segnate da internet.
Insomma, non ha importanza dove incontrarsi purché si stia insieme per condividere esperienze, emozioni, idee e al contempo programmare il proprio futuro. Si tratta di una esigenza innata della specie umana che incomincia a rendersi manifesta durante l’adolescenza ovvero in quel periodo della vita che segna il passaggio dall’infanzia all’età adulta.
E ’questa una fase estremamente complessa e complicata caratterizzata da grandi trasformazioni sia a livello fisico che psicologico. Una vera e propria metamorfosi che vede la crisalide, il più delle volte ben ancorata alla pianta nutrice, trasformarsi in farfalla pronta a volare verso una nuova vita.
Ma come la farfalla fatica ad uscire dal bozzolo fino a quando l’emolinfa non incomincia a circolare all’interno delle venature delle sue ali ripiegate e raggrinzite, anche gli esseri umani faticano a trasformarsi in adulti e per farlo hanno bisogno delle condizioni favorevoli affinché l’emolinfa della conoscenza e del sapere consenta alle ali della loro mente di spiegarsi verso nuovi orizzonti.
Per quanto mi riguarda credo che il mio bozzolo si sia rotto in una mattina di marzo del 1963 quando giunse la notizia della morte di mio padre. A portarla era stato mio fratello, appena diciottenne, che lo aveva assistito in ospedale, durante la notte ed aveva visto i suoi occhi chiudersi per sempre.
Non avevamo il telefono; eppure in pochi minuti la mia casa fu un via vai di vicini e parenti che mi baciavano piangendo e poi facevano capannello intorno a mia madre che nel frattempo, vestita di nero si era seduta sulla sedia vicino alla finestra della cucina. Dondolava il busto avanti e indietro mentre con le mani stringeva fortemente i capelli sopra le sue orecchie in segno di disperazione e ad ogni “condoglianza” dei visitatori il suo pianto si rinnovava.
In quel girotondo di lacrime, condoglianze e disperazione mi venne in mente che dovevo cambiare l’acqua agli spinarelli che mio fratello mi aveva portato in regalo tempo addietro da una delle sue escursioni nella parte del fiume Aniene che costeggia il nostro pase. Lo facevo ogni mattina e mi intrattenevo a lungo con loro che, girati verso di me, aprivano e chiudevano la loro boccuccia tonda quasi a volermi raccontare le storie del fiume.
Mentre ero intenta a svuotare lentamente il grande bottiglione di vetro dove alloggiavano i miei cinque piccoli amici, che veloci nuotavano avanti e indietro nell’acqua residua, pronti ad accogliere quella pulita, una pesante mano dalle mie spalle afferrò di scatto la bottiglia e la svuotò di colpo. Gli spinarelli si dimenavano nell’erba senza speranza sotto il mio sguardo atterrito ed impotente mentre la stessa mano afferrò il mio polso e mi trascinò via dicendomi “ora non sei più una bambina, sei diventata grande e non hai più tempo per queste stupidaggini”
Giosefatto, così si chiamava il proprietario della pesante mano, era il marito di mia zia Anna e si era sentito in dovere di aiutarmi a crescere in fretta. C’era riuscito appieno perché l’immobilità dei miei piccoli amici sembrò squarciare all’improvviso la seta del bozzolo che mamma e papà avevano teneramente tenuto intatto affinché le mie ali avessero tutto il tempo necessario al loro completo sviluppo prima di spiegarsi verso nuovi orizzonti.
Sentii in un istante la mancanza di mio padre, della sicurezza e della protezione che riusciva a darmi. Scoppiai in un disperato pianto e fu allora che la pesante mano lasciò di colpo la presa ed appoggiando la mia testa sul suo batraciano addome mi asciugò le lacrime con la parte terminale della sua maglietta a righe dicendo: “Loretì non devi piangere perchè non sei sola; ora ci siamo noi vicino a te”.
Apprezzai il suo tentativo di consolarmi e al contempo, forse, di chiedermi scusa, ma il conforto che ne trassi si concretizzò nella mia mente come un ponte tibetano, teso su un grande baratro, sul quale avevo paura di appoggiare i piedi. Non sentivo più intorno a me il tepore del bozzolo che i miei genitori accudivano giornalmente e così mi accovacciai su me stessa quasi a voler divenire un tutt’uno con il ponte per non rischiare di cadere nel baratro.
Se quel giorno segnò l’avvio della mia adolescenza è difficile da dirsi, certo è che la mia percezione del mondo circostante incominciò a cambiare. Le persone e le cose mi sembravano meno belle, ma al contempo più nitide e reali ed incominciavano a prendere il posto di tutte quelle figure fantastiche che mi avevano tenuto compagnia fino ad allora. Anche il ritorno nella mia classe mi sembrò diverso quasi come se fosse la prima volta.
L’accoglienza dei miei compagni fu molto calorosa, forse perché ero orfana e facevo pena o semplicemente perché mi ero accorta di loro. Di certo la scuola incominciò a sembrarmi meno stretta e ci andavo più volentieri. durante la ricreazione lunga del pranzo incominciai perfino a giocare con le mie coetanee. Nel gioco della “campana” riuscivo a raggiungere l’ultimo livello, che era quello di saltellare dentro le caselle con il “picchio” (sasso di forma appiattita) posto sulla fronte e tutte mi applaudivano.
Ben presto cominciai anche a fare comunella con alcune di loro e spesso parlavamo dei maschi, cercando di capire quale fosse il più bello di tutto il cortile. Spesso chiedevo alla mamma di mandarmi a fare i compiti a casa di qualche compagna e poiché sistematicamente lei si opponeva, erano loro a raggiungermi e più che studiare giocavamo insieme. Quell’estate Liliana, l’amica di mia madre che trascorreva tutti i pomeriggi con lei, la convinse a lasciarmi un po’ libera e così insieme a sua figlia, nonché mia “amica sorella” uscivamo da sole. Le prime volte facevamo avanti e indietro sul tratto di strada davanti a casa, ma ben presto incominciammo a fare il giro del paese passando, con grande emozione, davanti al bar dove sostavano i ragazzi. Tornavamo a casa al tramonto, stanche morte, ma felici di aver respirato l’aria della libertà.
Insomma, se è vero che verso i 10 anni, incomincia a comparire quel bisogno di autonomia e di maggiore indipendenza che segna l’avvio di un percorso di individuazione della propria identità che si chiama adolescenza, per me stava incominciando, anche se numerosi anni ancora sarebbero dovuti passare prima di allontanarmi dai modelli familiari e negoziare con mia madre nuove regole e confini.
Durante ogni fase della mia adolescenza non c’è mai stato un luogo fisico ben preciso che fungesse da muretto su cui sedermi per socializzare e crescere insieme ai coetanei. Potrei dire di essermi seduta su tanti “muretti”, in luoghi e con situazioni diverse, ma sempre insieme a coloro che sentivano il bisogno di raccontarmi la propria storia, vuoi per esorcizzare le paure, vuoi per cercare consigli o semplicemente per condividere le emozioni che scaturiscono da quella moltitudine di sentimenti contrastanti che inviluppa la nostra vita durante l’adolescenza e che non si dimenticano mai.
Si tratta di storie di vita semplici come le persone che ho conosciuto e con le quali mi sono trovata in sintonia. Queste storie non le ho raccontate ai miei figli perché con lo schiudersi del loro bozzolo hanno cercato nuovi spazi in cui potersi sentire liberi di socializzare con i propri coetanei. Voglio farlo ora affinché le esperienze di adolescenti vissute in altri tempi ed in altri luoghi possa favorire a tutte le età quella spinta interiore che motiva l’adolescente a sperimentare esperienze nuove e a vivere la vita con sempre maggiore intensità.