Prefazione
La consuetudine di raccontare storie ai bambini si perde nella notte dei tempi e nell’immenso del mondo. Sono per lo più i genitori o i nonni a farlo, soprattutto di sera per aiutarli a prendere sonno, ma anche in altri momenti della giornata per dare loro gli insegnamenti e le certezze che li aiuterà ad affrontare il futuro della propria vita.
Del resto quando il bambino o ragazzo comincia ad acquisire una propria personalità, lo fa prendendo gradualmente coscienza dell’ambiente che è stato costruito nel tempo intorno a lui dalla sua famiglia, chiedendo informazioni su di esso, attraverso gli infiniti “perché”.
Ed ecco sfornare dalla mente delle persone care a lui vicine le storie più disparate attinte per lo più dal mondo del fantastico come le favole e le fiabe o da narrazioni del passato tramandate da padre in figlio per conservarne il ricordo.
Mio padre le storie le attingeva dal mondo contadino e più precisamente dalla vita degli animali che abitano l’aia. Me le raccontava soprattutto nei freddi pomeriggi d’inverno seduti vicino alla stufa a legna che scaldava la cucina oppure in estate, seduti all’ombra del grande albero di noce, mentre facevo la merenda.
L’aia alla quale si ispiravano la maggior parte delle storie, però, non era quella della nostra casa bensì quella di una grande cascina che un tempo si utilizzava per le numerose lavorazioni agricole richiedenti molto spazio come ad esempio l’essiccamento e la successiva trebbiatura dei cereali e nelle quali durante il giorno razzolavano gli innumerevoli animali da cortile e dove durante l’estate si rincorrevano felici i bambini delle varie famiglie che facevano parte della cascina.
Tale ispirazione era dovuta al fatto che mio padre durante la seconda guerra mondiale, alla quale aveva preso parte poco più che ventenne, conobbe un giovane contadino toscano di nome Duccio, che viveva nella cascina di proprietà della famiglia Benci dove affiancava il lavoro di suo padre nella mansione di “fattore” ovvero il responsabile dell’intera azienda agricola legata alla cascina.
Spesso Duccio all’interno della trincea, ovvero quel fossato che durante la guerra di posizione veniva scavato nel terreno per ripararsi dal fuoco nemico, raccontava ai suoi compagni, tra cui mio padre le vicissitudini della sua vita nella cascina. In quelle condizioni di vita inaccettabili che ogni giorno facevano toccare con mano la presenza incombente della morte, i suoi racconti rappresentavano attimi di serenità che ognuno avrebbe per sempre portato con sé.
Al termine della guerra i giovani sopravvissuti tornarono alle loro case dove nella maggior parte dei casi li attendeva il lavoro dei campi. Anche Duccio, divenuto l’amico più caro di mio padre, tornò nella cascina dei Benci, ma non trovò più i suoi genitori. La guerra aveva lasciato i segni del suo devastante passaggio, ma lui, seppure profondamente provato dalla sofferenza vissuta ebbe la forza ed il coraggio di “ricominciare”. Assunse il ruolo di fattore, sposò Francesca Benci di cui era innamorato fin da bambino quando lei veniva a trascorrere le vacanze estive presso la cascina ed insieme, con grande fatica ed un incessante lavoro ripristinarono tutte le attività agricole.
Quasi tutte le settimane arrivava una lettera dalla Toscana. Mio padre si sedeva sui gradini della nostra scala esterna e ne leggeva il contenuto a voce alta affinché potessi ascoltare anch’io che sedevo vicino a lui. Duccio gli raccontava le vicissitudini della sua vita nella cascina e mio padre ne era partecipe. A volte sorridendo diceva a voce alta “bravo Duccio! Hai fatto bene” oppure “attento Duccio! Non ti fidare!”, come se gli fosse vicino. Altre volte ancora esplodeva in una fragorosa risata a leggere delle avventure o disavventure che Duccio descriveva con l’insuperabile umorismo toscano.
Le lettere suscitavano in me grande interesse e curiosità e per tutta la giornata ronzavo intorno a lui per saperne di più sul magico mondo che ruotava intorno ad una grande fattoria come quella del suo amico Duccio. Ma quello che maggiormente mi incuriosiva era la sua storia e la sua organizzazione sulle quali le mie domande si susseguivano senza sosta.
“Si trova nel cuore del Chianti, dove fanno il vino buono”, mi diceva, “e dista soltanto pochi chilometri da Firenze, la città più importante del nostro paese, dopo Roma. Si tratta di una fattoria tipica dell’Italia settentrionale, costituita da una casa principale, dove abita la famiglia del fattore, attorno alla quale si trovano i vari edifici agricoli quali le stalle, il fienile, i sili, il caseificio, i magazzini, il mulino, il frantoio e le abitazioni dei contadini con le rispettive famiglie.
“La cascina di Duccio”, continuava, “è sorta sui resti di un antico castello risalente al 1300 che nel tempo ha visto l’avvicendarsi di varie famiglie nobili e ricche tra le quali, per ultima, verso la fine del 1700 la famiglia Benci dalla quale deriva Francesca, la splendida ragazza che Duccio ha sposato. La cascina è circondata da uliveti, vigneti ed immensi campi in parte coltivati a cereali e in parte dedicati a pascolo delle mucche e delle pecore.
Poco lontano dai campi si trova un bosco secolare dove da sempre viene raccolta la legna per tutti gli usi della fattoria e dove, perfino Giacomo Puccini, il più grande musicista di tutti i tempi, andava a passeggiare in estate per ammirarne la bellezza e trovare l’ispirazione per le sue opere”.
Le storie provenienti dall’aia di Duccio, dove gli animali venivano allevati liberi, erano davvero tante e sempre diverse. Molte di queste le ho raccontate ai miei figli, a volte con il finale “libero” affidato alla loro creatività che riusciva sempre a renderlo ancor più avvincente anche se la maggior parte di quegli animali non li avevano mai visti. Lo stesso voglio farlo con tutti coloro che vorranno conoscere la magia degli animali che vivono nell’aia e magari un giorno tenerne uno con sé per scoprire come egli possa riempire la propria vita di amore e di gioia.