Cicerella era una magnifica pianta di cece cresciuta distante da tutte le altre poiché durante la semina, per un fortuito caso il seme era andato a finire sopra il bordo del fossetto di irrigazione dove aveva, però, trovato le condizioni ideali per crescere alta e rigogliosa. Il suo cormo a forma di cespuglio ramificato ricoperto da innumerevoli foglioline di colore verde grigiastro spiccava sulla vegetazione circostante ed era ben visibile a tutti gli amici dell’orto con i quali lei amava molto chiacchierare.
Nelle calde serate d’estate, il ponentino lambiva le sue foglie trasportandone le vibrazioni in ogni angolo dell’orto e tutti erano felici di ascoltare le storie, tramandata dalla sua famiglia, che lei amava raccontare in un’atmosfera resa magica dalla presenza delle lucciole che le svolazzavano tra i rami attratte dalla suadente voce.
“Il Nome della mia famiglia, cicer arietinum”, incominciava “è un nome doppio che deriva dal latino cicer, da “Cicerone” il noto oratore dell’antica Roma che aveva un antenato con una caratteristica verruca a forma di cece sul naso e da “arietinum” che si riferisce invece alla somiglianza che hanno i nostri semi con il profilo della testa di un ariete.
Siamo originari dell’Oriente e le prime testimonianze archeologiche della nostra coltivazione risalgono addirittura all’età del bronzo. Eravamo, inoltre, molto utilizzati dalla popolazione dell’antico Egitto, e siamo stati ritrovati in grande quantità nelle loro tombe poiché ritenevano che la vita continuasse dopo la morte e che l’anima avesse ancora bisogno di tutte le cose che aveva in vita.
Infatti, nei corredi funerari degli egizi, venivano deposti oltre ai beni personali del defunto, anche abbondanti cibi e bevande conservati in vari tipi di contenitori e proprio da uno di questi sono derivati i miei genitori. Tale contenitore, però non era uno qualunque in quanto faceva parte del corredo funerario di uno dei più grandi faraoni della storia egiziana: Ramsete II vissuto dal 1303 al 1212 a.C..
Come questo recipiente giunse fino a nostri giorni non si sa esattamente, forse a seguito della nascita del museo egizio di Torino voluto nel 1759 da un appassionato egittologo di nome Vitaliano Donati, o forse dalla moda di collezionare reperti egizi esplosa in Europa, nei primi anni dell’800, o forse ancora, quando nel 1974 la mummia del grande faraone venne trasportata in speciali laboratori francesi per essere sottoposta a delicate operazioni di conservazione.
Comunque siano andate le cose è inconfutabile che i miei antenati fossero molto cari al grande faraone soprattutto perché avevano segnato il suo incontro con Nefertari la donna che amò più di ogni altra fino all’ultimo giorno della sua lunghissima vita che arrivò a 91 anni, in un’epoca in cui la vita media non superava i 30.
Ramsete fin da piccolo, era stato scelto da suo padre, il faraone Sethi I, come principe ereditario, educandolo sia alla vita militare che a quella sociale. Lo conduceva con sé ad ogni incontro di rappresentanza con gli altri popoli perfino in condizioni di guerra facendogli acquisire una grande abilità militare tale da divenire il faraone guerriero per antonomasia.
Al contempo lo conduceva presso gli innumerevoli cantieri regali facendogli acquisire grandi capacità organizzative con le quali durante i sessantasette anni del suo regno, fu in grado di ricoprire la valle del Nilo di costruzioni della cui incomparabile bellezza godiamo ancora oggi. Insomma è stato un personaggio che ha lasciato un segno indelebilmente non solo nella storia dell’Egitto e del vicino oriente bensì in quella dell’intera umanità.
All’età di sedici anni, suo padre durante una cerimonia pubblica, alla quale partecipava l’intera corte, lo nominò Principe Reggente, conferendogli anche tutti gli onori formali che si devono ad un sovrano. Ordinò al contempo che si costruisse per lui un palazzo, da edificarsi nella città di Menfi, e quindi ogni giorno, al sorgere del sole, il giovane si alzava per recarsi, con il suo agile cocchio, sul cantiere dove seguiva i lavori disponendone i particolari.
Quando il sole era alto tutte le persone che lavoravano nel cantiere, suddivise in squadre specializzate, si fermavano per riposare e consumare il pranzo. All’ombra di un grande telo quadrangolare sostenuto da quattro pali di legno sedevano insieme, spesso mantenendo la formazione della squadra. Ognuno prendeva il suo cesto, spesso realizzato con fibre di papiro intrecciate e ne tirava fuori, pane, cipolle, piccole anfore contenente vino o birra, datteri, ortaggi, ma soprattutto legumi che costituivano l’alimento principale della maggior parte della popolazione.
Tutti condividevano il proprio pranzo e con loro anche Ramsete che si divertiva molto a scherzare e a discutere con ognuno, ma soprattutto con un capo squadra di nome Amonmose di cui era divenuto amico. Un giorno Amonmose, era venuto a lavorare senza il cesto del pranzo perché glielo avrebbe portato sua sorella ed infatti, quando all’ora dello zenit si sedettero per mangiare arrivò una splendida fanciulla con un cesto colmo di vivande.
“Questa è mia sorella” disse rivolgendosi a Ramsete che con un regale inchino la salutò dicendo “sono davvero lieto di conoscerti, che Ra sia con te”. E Ra, il dio del sole che rappresentava per gli egiziani una delle principali divinità in quanto, seppure identificato con il sole di mezzogiorno, si riteneva governasse ogni parte del creato (cielo, terra ed oltretomba) era proprio con lei facendola risplendere in tutta la sua bellezza.
Nefertari, così si chiamava la fanciulla, era bellissima; alta, sottile con lunghi capelli neri, indossava una tunica di cotone bianco aderente che metteva in risalto tutta la grazia del suo esile corpo poco più che adolescente. Il grande telo di garza di lino, dello stesso colore, appoggiato sul capo per proteggersi dal sole cocente metteva in risalto i suoi grandi e luminosi occhi neri ed il suo splendido sorriso.
Ramsete ne rimase folgorato. I suoi occhi non riuscivano più a staccarsi da lei e al contempo non riusciva più a parlare tanto la sua mente era concentrata su di lei ed i pensieri si rincorrevano impetuosi come le onde del mare in burrasca. “Forse questa fanciulla è l’incarnazione di Hathor, la dea della bellezza e della gioia, che tra un po’ sparirà” pensava, e a tale idea il battito del suo cuore sembrava arrestarsi, per poi riprendere sempre più galoppante sotto la spinta dell’emozione. Insomma, si era imbattuto nel suo colpo di fulmine.
Intanto Nefertari aveva tolto dal cesto un grosso orcio di terracotta dal collo stretto chiamato tajine contenente una zuppa di ceci che con una piccola scodella dispose sopra le pite, dei pani schiacciati che fungevano da piatti e li porse ai commensali. Ramsete apprezzò molto quel piatto e disse che lo avrebbe gradito ancora.
Nei giorni che seguirono Nefertari tornò al cantiere con il suo cesto colmo di vivande e a poco a poco i due giovani incominciarono a familiarizzare. Rimanevano a chiacchierare all’ombra del grande telo fino a quando tutti i lavoratori non lasciavano il cantiere per tornare nelle loro case. Rimasti soli si arrampicavano fin sopra il punto più alto del palazzo e, l’una tra le braccia dell’altro, davanti all’infuocato tramonto africano facevano scorrere tra le dita i semi di cece che Nefertari aveva sempre con sé, affidando a loro tutti i sogni che avrebbero voluto realizzare.
Ramsete scoprì che aveva davanti a sé una fanciulla dotata di carattere e determinazione inconsueti per le donne del suo tempo. Infatti Nefertari, dall’indole libera ed indipendente, sapeva leggere e scrivere i geroglifici, conosceva la fisica e l’astronomia e non finiva più di stupire il giovane faraone con le sue padronanze in molteplici campi del sapere: dall’arte alla geografia, dall’artigianato all’agricoltura, dalla geometria all’allevamento.
Fin da piccola infatti era stata sempre vicino a suo padre la cui professione era quella dello scriba ovvero colui che calcolava le imposte per i contadini, controllava il bestiame, verificava la posizione dei confini dopo l’inondazione del Nilo e scriveva contratti e atti giudiziari. Insomma era una persona che aveva a che fare con il sapere del tempo e non tralasciava certo di insegnarlo ai suoi figli.
Anche Nefertari durante i lunghi pomeriggi trascorsi insieme imparò ad apprezzare le straordinarie doti del giovane che sarebbe diventato il leggendario faraone di tutti i tempi. La sua intelligenza vivace e creativa era sempre accompagnata da uno spiccato senso dell’umorismo che la divertiva molto ed anche la sua particolare bellezza fisica non l’aveva di certo lasciata indifferente.
Alto quasi 190 centimetri in un periodo in cui l’altezza media degli egiziani non superava i 160 centimetri aveva un corpo slanciato e possente dall’aspetto sempre particolarmente curato. Il gonnellino reale, indossato sul perizoma di lino bianco plissettato, chiamato Shendyt, tempestato di pietre e smalti colorati metteva in risalto la sua pelle liscia e levigata che ai tiepidi bagliori del tramonto splendeva come l’oro. I lunghi capelli ondulati di colore castano tendente al rosso, spesso raccolti sul lato del capo mettevano in risalto i suoi grandi occhi a mandorla e le sue labbra carnose. Il grosso naso aquilino le conferiva un aspetto forte e coraggioso e ben presto Nefertari se ne innamorò perdutamente.
Ma Amonmose non considerava positiva questa frequentazione perché sapeva che sua sorella non avrebbe mai potuto sposare il futuro faraone d’Egitto in quanto apparteneva ad una casta sociale più bassa; quella degli scribi che veniva dopo quella dei sacerdoti e quella dei nobili. Raccontò ogni cosa a suo padre che, preoccupato, vietò a Nefertari di continuare a recarsi presso il cantiere.
Anche il padre di Ramsete fu informato della tenera storia nata tra i due giovani e pensò bene di allontanarlo da lei impegnandolo sul fronte di battaglia con gli ittiti. Da anni questi due popoli si contendevano la Siria che era considerata la zona di maggiore importanza strategica del mondo antico sia perché crocevia di traffico e commercio, sia perché dotata di incommensurabili risorse naturali.
Le numerose battaglie fino ad allora combattute non avevano visto alcun vincitore ed il faraone Sethi pensò di far conoscere a suo figlio la situazione per studiare insieme a lui una possibile strategia risolutiva. Il cuore di Ramsete era infranto all’idea di non vedere più la fanciulla di cui si era innamorato e prima di partire decise di salutarla con l’aiuto del suo amico Amonmose.
Si incontrarono nel solito posto e l’una tra le braccia dell’altro avrebbero voluto che il tempo si fermasse. Ma ciò non era possibile. Ramsete stringendo le mani di Nefertari tra le sue la guardò intensamente negli occhi giurandogli che al suo ritorno l’avrebbe sposata con o senza il volere delle rispettive famiglie.
La fanciulla allora slegò dalla sua cintura un sacchetto di lino contenente una manciata di ceci e mettendolo tra le sue mani disse: “portali con te, sono loro che ci hanno fatto conoscere e loro sapranno guidarti nelle tue scelte. Li ho avuti in dono da mia nonna e lei dalla sua e così via fin dalla notte dei tempi. La forma di questi semi assomiglia alla testa di un ariete che, come diceva mia nonna, riesce a sfondare tutte le porte”. Il giovane faraone legò il sacchetto al suo gonnellino e non se ne separò mai più.
La permanenza sulle sponde del fiume Oronte, nell’odierna Siria dove più tardi Ramsete avrebbe combattuto lo scontro armato di “Kadesh”, durò più di un anno. Le giornate erano convulse, in tutto l’accampamento c’era un gran da fare per mettere in atto i profondi cambiamenti che Ramsete proponeva sia nell’organizzazione dell’esercito che nell’individuazione delle armi e dei mezzi di difesa tatticamente più efficaci.
Nei momenti di incertezza prendeva dal sacchetto che le aveva donato Nefertari, una manciata di semi e li stringeva nella sua mano percependo immediatamente l’intuizione più adatta alla circostanza. La sera, con il sacchetto tra le mani si adagiava nel suo carro da guerra e, rivolto verso il cielo stellato scorgeva il volto della sua amata tra le stelle mentre il caldo vento del Sahara sembrava sussurrare la sua voce.
I miei antenati erano divenuti i suoi più cari e fidati amici e a loro confidava ogni suo stato d’animo compreso l’amore che provava per Nefertari ed il grande desiderio di poterla riabbracciare. Il loro scorrere tra le sue dita lo tranquillizzavano facendogli presagire che presto l’avrebbe riabbracciata e vissuto con lei per sempre anche se ancora non sapeva come affrontare l’ostilità di suo padre.
Una sera durante la quale il pensiero di come poter sposare la sua amata, senza sottrarsi ai doveri regali, lo rendeva particolarmente preoccupato, incominciò a far scorrere nervosamente i ceci tra le dita. Ad un tratto ne avvertì uno particolarmente grosso che, arrestando il suo movimento, strinse fortemente nella mano. Immediatamente fu illuminato: nominare visir, ovvero primo ministro, il padre di Nefertari che si trovava nell’accampamento con la squadra degli scribi.
Il visir, del resto, era il più alto funzionario dell’amministrazione della corte faraonica, secondo solo al re per importanza e questo avrebbe ridotto le distanze tra i ceti sociali dei due giovani innamorati. Inoltre pensò che, poiché nella riorganizzazione dell’esercito che stava effettuando, c’era bisogno di un nuovo generale, avrebbe potuto fare ricoprire tale ruolo al suo amico Amonmose, fratello di Nefertari. A quei tempi il generale era il diretto collaboratore del sovrano nel comando supremo delle forze armate e pertanto nella società egizia occupava un ruolo molto rilevante.
Bisognava soltanto trovare l’occasione per proporre le sue intenzioni al faraone padre e stringendo nella mano il grosso cece trovò anche quella: la vittoria sugli Ittiti. Il giorno seguente Ramsete incominciò ad organizzare la strategia di guerra da mostrargli. Sarebbero entrati in azione 30.000 fanti e 2.500 carri da guerra con altrettanti aurighi assegnando ad ogni corpo dell’esercito come emblema di riconoscimento l’effigie del dio tutelare della città da dove proveniva.
Fece fare l’inventario delle armi e dei mezzi di protezione aumentandone ampliamente la produzione e quando mostrò, insieme ai suoi generali, ai comandanti di battaglione e agli scribi la sua strategia di guerra suo padre ne rimase entusiasta. Insieme stabilirono la data per la battaglia contro gli ittiti nella quale l’armata egiziana, condotta da Ramsete, risultò vittoriosa ponendo finalmente fine ai molteplici conflitti militari fra le due nazioni.
Durante i festeggiamenti per la vittoria il giovane espose a suo padre le intenzioni maturate insieme al nostro antenato, ma lui, seppure inebriato dalla vittoria, non diede immediatamente il consenso, riservandosi di esprimere la sua decisione al ritorno nel palazzo reale dove avrebbe consultato i suoi consiglieri e sua moglie Tuya.
Durante tutto il viaggio di ritorno, Ramsete pensò al momento in cui avrebbe rivisto la sua Nefertari e facendo scorrere tra le dita i suoi amici il tempo gli sembrò volare. Non fu difficile convincere i membri della commissione che Sethi riunì per prendere la decisione anche perché a presiederla c’era la regina madre che come tutte le mamme vogliono soltanto la felicità dei propri figli.
Dopo aver nominato primo ministro il padre di Nefertari e generale dell’esercito imperiale suo fratello, fu celebrato il matrimonio dei due giovani che coronarono così il loro sogno d’ amore nato in un cantiere edile davanti ad una zuppa di ceci.
Nefertari divenne la regina più amata e potente della storia dell’Egitto. Durante la sua lunga vita Ramsete II ebbe altre 8 mogli e quasi cento figli, ma la sua prediletta e la più amata fu sempre lei con la quale nelle cade serate d’estate soleva salire sulla parte più alta del palazzo reale e, l’una tra le braccia dell’altro, davanti all’infuocato tramonto africano far scorrere tra le dita gli amici ceci e tutti i sogni che con essi avevano realizzato.