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	<title>storie-aia Archivi - Loreta De Carolis</title>
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	<description>Pittrice e Scrittrice</description>
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		<title>Fatimah: storia di una gallina faraona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 16:06:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'AIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra gli animali che abitavano la fattoria sulla collina del chianti c’era anche un piccolo gruppo di galline faraone che però non si vedeva mai razzolare nell’aia insieme a polli e galline né quaqquerare in prossimità del pantano insieme alle oche e alle anatre. Il loro forte istinto gregario, ma al contempo schivo e testardo [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli animali che abitavano la fattoria sulla collina del chianti c’era anche un piccolo gruppo di galline faraone che però non si vedeva mai razzolare nell’aia insieme a polli e galline né quaqquerare in prossimità del pantano insieme alle oche e alle anatre. Il loro forte istinto gregario, ma al contempo schivo e testardo le portava infatti a starsene per conto loro allo stato semibrado.</p>
<p>Durante il giorno razzolavano nel grande prato adiacente la fattoria spingendosi, a volte fino ai bordi del pantano alla ricerca dei vermi più succulenti, ma con il levarsi del tramonto risalivano la vicina collinetta sormontata dal grande albero di roverella tra i cui rami si appollaiavano per trascorrere la notte. Non era stato, pertanto, necessario, costruirgli un ricovero notturno per proteggerle dai predatori.</p>
<p>Allevarle di sicuro poco impegnativo ma risultava molto difficile trovare i loro nidi per raccogliere le uova. Inoltre le femmine di faraona non avendo un grande istinto materno tendevano a lasciarle incustodite durante il periodo della cova con il risultato che ad ogni primavera i loro pulcini erano sempre molto pochi.</p>
<p>“Un mi piace punto allevà codeste gallinelle” diceva ogni tanto, Anna la contadina che aiutava Francesca nell’allevamento degli animali dell’aia, “non ci si cava ne’ova e né pulcini da vende”.  “Ci s’ha da miralle pe’ la sù bellezza africana” rispondeva Francesca con aria incantata e quando al tramonto insieme si dirigevano sulla collinetta con il becchime per integrare la loro alimentazione, spesso, nelle calde serate d’estate, le due amiche si sdraiavano sulla fresca erba per tuffarsi nel magnifico scenario che il tramonto offriva.</p>
<p>La sagoma della quercia scandita sul cielo infuocato, in particolare, ricordava a Francesca le grandi acacie che aveva visto a ridosso della savana quando con i suoi genitori andava a trascorrere le vacanze dallo zio Cosimo. Erano stati quelli i periodi più belli della sua infanzia ed il fascino dell’africa racchiuso nelle piccole cose come un cielo stellato senza eguali, o il profilo di un albero al tramonto o semplicemente il tepore dell’aria che accarezza la pelle l’avevano accompagnata per tutta la vita.</p>
<p>In quella magica atmosfera le galline faraone le si facevano intorno seguite da tutti i volatili che vivevano nei paraggi, comprese le anatre di germano reale. Fatimah, la gallina faraona più anziana le si appollaiava sul petto ed insieme sgranavano i loro ricordi dell’Africa.</p>
<p>“Lo zio Cosimo” incominciava Francesca “era il fratello di mio padre e si era trasferito in Etiopia, uno degli stati più antichi del centro-est dell&#8217;Africa, durante il periodo del colonialismo promosso dalla politica italiana tra gli anni trenta e quaranta. Ad Adiss abeba (capitale dell’Etiopia) aveva conosciuto una magnifica ragazza di nome Lewa di cui si innamorò a prima vista e che sposò contro la volontà dei suoi genitori che non vedevano di buon occhio il matrimonio con un immigrato.</p>
<p>I due giovani lavoravano tutto il giorno con grande fatica nella piantagione di caffè appartenente al padre della ragazza, ma quando nacque il loro primo figlio il neo nonno decise di affidargli la gestione dell’intera caffeicoltura che in pochi anni riuscirono a trasformare nella più grande azienda produttrice di caffè di quei tempi.</p>
<p>La &#8220;coffea arabica&#8221; ovvero la pianta dalla quale si ricavano le rosse drupe i cui semi tostati si utilizzano per produrre la nota bevanda è originaria proprio di quel territorio dove una leggenda narra che fu scoperta per caso a Kaffa, regione dell’antica Etiopia, da un pastorello di nome Kaldis. Egli si era accorto, infatti, che le sue capre, dopo aver brucato da alcuni arbusti, ricchi di bacche, che crescevano spontanei, divenivano particolarmente irrequiete ed attive.</p>
<p>Per cercare di capire di che cosa si trattasse portò le bacche dai monaci mussulmani del monastero di Chehodet i quali dopo averle esaminate a lungo si convinsero che si trattasse di una pianta malefica e gettarono le bacche energizzanti nel fuoco. Dalle bacche abbrustolite si emanò una fragranza aromatica che ispirò i monaci ad utilizzarle per preparare delle tisane con le quali potevano rimanere svegli e concentrati nelle lunghe notti di preghiera. Da allora l’utilizzo di quella strana bevanda cominciò a diffondersi, prima tra i monasteri e poi nei mercati di tutto il mondo.</p>
<p>La casa degli zii si trovava a ridosso della piantagione di caffè, poco lontana dalla città di Bonga, ma durante la nostra permanenza si organizzavano escursioni guidate che duravano anche mesi. Si trattava di veri e propri viaggi avventurosi sui fuoristrada alla scoperta di paesaggi incontaminati che andavano dalla foresta pluviale degli altopiani di Bonga fino al monte Wenchi (vulcano spento alto 3386 metri) e dall’omonimo lago disseminato da tante piccole isole che lo sovrastava fino nella valle del fiume Omo.</p>
<p>A volte con i fuori strada si costeggiava il fiume Omo lungo tutto il suo decorso fino al lago Turkana a nord-ovest del Kenya dove il fiume sfocia.  Il lago, conosciuto anche come il Mare di Giada, per lo spettacolare colore delle sue acque, era immerso in un territorio reso magico dalla rigogliosa vegetazione che lo sovrastava grazie alle piene stagionali del fiume. Qui si trovavano paludi infestate dai coccodrilli, ma anche i più svariati gruppi etnici e tribù con le quali si soggiornava ammirando le loro abitudini di vita e le loro ancestrali cerimonie.</p>
<p>Durante il viaggio di ritorno per un tratto si percorrevano le strade sterrate dalla parte del Kenya e qui lo zio Cosimo amava trattenersi per diversi giorni in un villaggio Masai con il cui capo, di nome Essan si conoscevano da molto tempo. Quasi tutti gli anni andava a trovarlo per rifornirlo di tutte quelle merci che non si trovavano nei villaggi come riso, caffè, zucchero, ma anche tessuti perline di vetro e tante altre cose necessarie sia per mangiare che per abbellire il proprio corpo. &#8230;&#8230;&#8230;.Continua</p>
<p>Le bambine erano salve e rimasero accovacciate sotto le nostre ali fino al giorno successivo quando vedemmo in lontananza, tra la polvere rossa sollevata dalle sgangherate ruote di legno del pesante carretto ricolmo dei recipienti con l’acqua, la loro mamma con i fratelli. Le bambine con una corsa la raggiunsero e quella più piccola le saltò in braccio. La mamma la strinse forte al petto e poi con un gesto deciso la sistemò a cavalcioni sulle sue spalle. Di nuovo insieme, felici ripresero il cammino verso il villaggio e la bambina più piccola, rivolta verso di noi,  ci salutava ripetutamente con la mano ed un sorriso che avrebbe illuminato la notte più buia dell’universo.</p>
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		<title>Agnese: storia di un’oca romagnola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 29 Aug 2022 17:00:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dall'AIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando frequentavo l’asilo, durante i giochi nel cortile in estate o nel grande salone interno, durante l’inverno, la suora di turno per stimolarci a giocare insieme organizzava dei girotondi come ad esempio quello dell’“uccellino in gabbia…” oppure dei trenini accompagnati da martellanti filastrocche come quella del “serpente che vien giù dal monte….”. Non amavo molto [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando frequentavo l’asilo, durante i giochi nel cortile in estate o nel grande salone interno, durante l’inverno, la suora di turno per stimolarci a giocare insieme organizzava dei girotondi come ad esempio quello dell’“uccellino in gabbia…” oppure dei trenini accompagnati da martellanti filastrocche come quella del “serpente che vien giù dal monte….”. Non amavo molto questi giochi perché, anche se per un solo momento, ci si trovava al centro dell’attenzione per rispondere “si” o “no” all’affetto per l’uccellino o per confermare se si era un pezzo della coda persa.</p>
<p>Per tale motivo mi nascondevo dentro la cavità del grande ulivo al centro del cortile quando eravamo fuori oppure dietro la tenda di velluto rosso che copriva l’ingresso della cappella interna quando eravamo nel salone. Poiché la suora di turno con tutto il codazzo immancabilmente mi ritrovava ero spesso costretta a cercare nascondigli “ove nessuno osava entrare” ovvero il bagno dei maschi o il confessionario di don Apollonio.</p>
<p>Quando però sentivo recitare la filastrocca delle ochette del pantano, uscivo fuori spontaneamente dai miei nascondigli e mi mettevo in circolo con agli altri bambini <em>“le ochette nel pantano, vanno piano piano piano, tutte in fila come fanti, l’una dietro e l’altra avanti. Una si pettina, l’altra balbetta la stesa parola, una è nell’acqua come barchetta fatta di un foglio del libro di scuola”.</em> Mi piaceva molto recitarla insieme agli altri mimando le ochette ed immaginando di essere una di loro zampettavo nel mondo della fantasia.</p>
<p>Sarò sempre grata a Renzo Pezzani per questa sua poesia che mi ha fatto amare fin da piccola le oche seppure si fossero concretizzate nella mia mente come creature magiche, sospese tra il cielo e la terra, considerato che, non avendo mai visto un pantano non riuscivo ad immaginarle intente a nuotare. Quando seppi da mio padre che il suo amico Duccio stava per mandargli due oche della sua fattoria fui davvero felice. Sarebbero arrivate di buonora un certo giorno con uno dei suoi furgoni diretti ai mercati generali di Roma e non vedevo l’ora che quel momento arrivasse.</p>
<p>Partecipavo con grande entusiasmo ai preparativi per accoglierle rimanendo incollata ai miei genitori. Mio padre costruì sotto il grande albero di mandorle, ad ovest del cortile, e non molto lontano dal pollaio, un piccolo casotto “a foratini” dove le oche avrebbero dovuto trascorrere la notte al sicuro da eventuali predatori notturni come volpi, faine o cani randagi.</p>
<p>Mia madre, che non aveva preso molto bene l’idea di quel dono, continuava a sbuffare: “le oche sono uccelli aquatici ed hanno bisogno di grandi quantità di acqua. Non è questo il posto adatto a loro. Ci daranno un sacco di problemi”. Comunque per fare buon viso a cattiva sorte, aveva scavato con la zappa una larga buca proprio sotto il tubo di scolo del fontanile affinché potesse raccogliere l’acqua in esubero e poter far sguazzare le oche che stavano per arrivare.</p>
<p>Il giorno tanto atteso arrivò. Al primo sorgere del sole mio padre e mia madre si misero fuori del cancello di ingresso alla nostra casa in attesa del furgoncino proveniente dalla Toscana. Erano scesi in punta di piedi per non svegliarmi, ma io ero comunque dietro i vetri della finestra che guarda sulla strada ad aspettare con ansia. Ad un tratto vidi mio padre sporgersi e fare un cenno per indicare all’autista che era arrivato a destinazione. Insieme presero per i due manici una grossa cesta ricoperta con uno spesso telone di iuta e la posarono sul vialetto d’ ingresso.</p>
<p>In un battibaleno fui di sotto e seguivo i miei genitori che portarono la cesta nella parte del cortile vicino al casotto. Quando fu sollevato il telo spuntarono due lunghi colli bianchi sormontati da due piccole teste con gli occhi celesti e un lungo becco arancione largo e piatto. Non si trattava certo di due anatroccoli bensì di due oche già grandine forse di un paio di mesi che, esitarono un po&#8217; prima di uscire dalla cesta quando questa fu inclinata.</p>
<p>Si guardavano intorno con aria spaesata, poi all’improvviso si diressero verso il pollaio dove le galline si erano portate vicino alla rete di recinzione per guardarle meglio. Come erano buffe con il loro corpo tondeggiante a forma di barca, le zampe corte e i piedi palmati.  La loro andatura era goffa e barcollante e quando udii i loro primi starnazzi con la voce rauca e penetrante ebbi quasi un sussulto di timore. “E’ finita la pace” disse mia madre ridendo perché sapeva bene che le oche sono delle vere e proprie caciarone oltre ad essere delle grandi imbrattatrici per gli innumerevoli escrementi che ogni giorno lasciano tutto intorno. Insomma erano ben altra cosa rispetto a quelle descritte da Renzo Pezzani.</p>
<p>Ma io non pensavo di certo a questi aspetti e non vedevo l’ora di giocare con loro seppure mia madre fosse un po&#8217; reticente. “non ci conoscono ancora e bisogna stare attenti perché le oche sono molto aggressive con gli estranei” diceva tenendomi lontana dal loro becco. Nei giorni che seguirono incominciarono però a definirsi i ruoli. Mia madre era divenuta il loro capo indiscusso, anche perché spesso le indirizzava con il manico della scopa, ed io una loro compagnuccia che cercavano in ogni momento per quaqquerare e giocare insieme.  Trascorsi l’estate più bella della mia infanzia. La mattina di buonora mi svegliavano con il loro prorompente qua qua e mi aspettavano in fondo alla scala esterna per dirigerci insieme verso il fontanile.</p>
<p>La grande buca scavata da mia madre con il loro continuo rinvangare era divenuta un pantano e ogni giorno bisognava svuotare almeno una vasca del fontanile per riempirlo e ripulirlo.  Per impedire che mi infilassi anch’io in quell’acqua insieme a loro, mia madre aveva posto all’ombra del grande salice che cresceva a pochi metri dal pantano una enorme bagnarola di plastica azzurra che ogni mattina riempiva di acqua mettendola a scaldare al sole. A metà mattinata mi ci infilavo dentro con il mio magnifico costumino di filanca giallo con il quale ero andata al mare soltanto alcune volte con il pulman della parrocchia ed era ancora nuovo.</p>
<p>Spesso mettevo insieme a me, nella bagnarola, la mia unica bambola di plastica di nome Mauretta che piaceva molto alle mie amiche e ogni tanto cercavano di portarmela via. Sguazzavamo per tutta la mattinata quaqquerando fino a quando non mi ritiravo in casa per il pranzo ed il riposino pomeridiano. Loro si sdraiavano all’ombra del salice a sonnecchiare ed erano raggiunte anche da tutte le galline che nel frattempo mia madre aveva fatto uscire dal pollaio affinché potessero razzolare e trovarsi un posto al fresco tra la vegetazione per trascorrere le ore più calde della giornata.</p>
<p>Aspettavo con ansia che i miei genitori si fossero addormentati per sgattaiolare fuori e dirigermi verso la pennuta comitiva. Mi piaceva molto ascoltare le loro quaqquerate, alternate alle chiocciate delle galline ed insieme sembrava facessero a gara nel raccontarmi le loro storie. Spesso con tutti quei racconti mi addormentavo sdraiata vicino a loro e mi svegliava mio padre per l’ora della merenda che facevamo insieme sotto il grande albero di noce.</p>
<p>“Mentre tu dormivi” incominciava mio padre “le oche mi hanno raccontato tante cose sulla loro vita in Toscana. Mi hanno detto che non sono cresciute in un pantano, come questo bensì sulle rive di un piccolo lago artificiale alimentato da un ramo del fiume che costeggia il bosco. Il laghetto fu  realizzato in tempi remoti per avere sempre a disposizione l’acqua necessaria alle molteplici coltivazioni che si praticano nella grande cascina di Duccio.</p>
<p>Le sue rive sono popolate dalla tipica vegetazione lacustre sulla quale svetta un fitto canneto che i contadini utilizzano per raccogliere le canne necessarie a sorreggere i fusti delle piante rampicanti come i fagiolini e i pomodori. In alcuni tratti della riva, lontana da quella dove sguazzano le oche crescono anche altri esemplari di piante acquatiche come la tifa, il coltellaccio maggiore e in alcuni punti dove l&#8217;acqua cede il posto alla terraferma, anche i magnifici cespi di carice  frammisti al giaggiolo giallo.</p>
<p><strong> </strong>Nel tratto di riva verso la cascina, vicino alla quale è stato costruito il ricovero notturno, però la vegetazione è molto scarsa a causa della voracità delle oche ed ha ceduto il passo alla fanghiglia per il loro continuo rivangare il substrato alla ricerca di vermi e piccoli molluschi proprio come fanno qui da noi. Nella loro fattoria però le oche sono tantissime, quasi un centinaio e quindi puoi immaginare come hanno ridotto quel povero laghetto.</p>
<p><strong> </strong>La maggior parte di loro sono “oche romagnole” proprio come le nostre. Il loro piumaggio è completamente bianco mentre il becco e le zampe sono arancioni. Hanno il corpo possente con il petto prominente e muscoloso e  quando sono adulte, posso superare anche i 10 chili di peso. La loro apertura alare può arrivare fino a due metri e sono così aggressive con gli intrusi che da sempre vengono utilizzate come cani da guardia.</p>
<p>Di solito vengono chiamate anche “oche di Roma” perché durante una manifestazione mondiale, che si svolse a Barcellona nel 1926 qualcuno le chiamò così pensando alle famose oche del campidoglio. Erano queste un gruppo di oche che nella notte del 382 a. C. sul colle del Campidoglio, uno dei sette colli sui quali è stata costruita la città di Roma, dove vivevano libere nel tempio dedicato alla dea Giunone, sventarono l’attacco dell’esercito dei galli guidato dal comandante Brenno. Quando si accorsero del sopraggiungere del nemico, infatti, incominciarono a starnazzare allertarono l’esercito romano che si mosse per il contrattacco.</p>
<p>Naturalmente mi hanno anche raccontato, continuava, che nel loro grande stormo, così è chiamata la loro comunità seppure vivano sempre a terra, ci sono anche altre varietà di oche, come ad esempio quelle di Tolosa. E’ questa una varietà originaria del nord della Garonna (Francia), caratterizzata dal piumaggio grigio come quello dell’Oca Selvatica dalla quale deriva, e dalla presenza di una plica cutanea (bavetta) posta sotto il mento oltre che da una enorme chiglia che in alcuni esemplari assieme ai doppi sacchi ventrali tocca il suolo.</p>
<p>Queste oche per il loro aspetto imponente sono chiamate “mammut del mondo delle oche” e sono conosciute soprattutto per la produzione del patè d’oca (foie gras) che si ottiene, soprattutto in Francia, sottoponendo le oche ad una alimentazione forzata (gavage). Per fortuna però questa pratica barbara e crudele, già presente nell’antico Egitto, comincia a divenire illegale in molti paesi e speriamo che da qui a poco nessuno gradirà più questo infernale alimento.</p>
<p>“Papà ma come hanno fatto le oche a raccontarti tutte queste cose?” “Semplice loro sono delle grandi quaqquerone ed io conosco la loro lingua. Naturalmente non solo, conosco anche il chioccese delle galline lo zighese dei conigli il gloglottese dei tacchini e delle galline faraone e tante altre lingue sia degli animali che delle piante”. “Ma te le hanno insegnate a scuola tutte queste lingue”? “Si, ma non in quella dove andrai tu il prossimo anno bensì nella scuola della natura dove per conoscerla bisogna imparare ad ascoltarla”. “La natura ci parla di sé con infiniti suoni, segni e linguaggi dobbiamo soltanto concentrarci per comprenderli”.</p>
<p>Quel pomeriggio rimanemmo più a lungo seduti all’ombra del grande noce per sottrarci all’afa che ancora rendeva l’aria insopportabile. Le due oche romagnole con passo anserino dondolando furono presso di noi seguite dalle galline e tutte insieme si sdraiarono vicino ai nostri piedi. Fu allora che cominciarono a quaqquerare di loro ed io con la traduzione simultanea di mio padre rimasi incantata ad ascoltarle.</p>
<p>“Noi siamo gli uccelli acquatici maggiormente legati alla vita quotidiana degli umani”, incominciò quella leggermente più grossa. “Abbiamo storie in comune provenienti fin dai tempi della preistoria e nell’antico Egitto eravamo addirittura considerate sacre. In tutte le epoche siamo state scelte come protagoniste di innumerevoli favole e racconti e c’è stato un famoso etologo di nome Konrad Lorenz che ha studiato a lungo il nostro comportamento per farne un libro intitolato<strong><em> </em></strong>L’anello di re Salomone.</p>
<p>Nella fattoria di Duccio ogni giorno le oche che vi abitano raccontano innumerevoli storie che dimostrano quanto la nostra vita sia legata a quella degli umani. Tra queste c’è quella di Agnese un’oca bianca che negli anni 20 del secolo scorso viveva in un mulino della Valpantena. E’ questa una stretta vallata che si estende da Verona fino ai monti Lessini, dove il sole sorge troppo tardi e tramonta troppo presto, e dove gli abitanti dei paesi che vi sorgevano non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena.</p>
<p>Vivevano del duro lavoro che consisteva nella raccolta della selce, una roccia sedimentaria costituita da silice, che chiamavano folenda, con la quale si fabbricavano acciarini ed abrasivi, oppure nella raccolta di sassi di calcare dai quali ricavavano la calce (calsìna) per l’edilizia. I guadagni erano pochi ed il cibo scarso, ma per fortuna a Lugo, una frazione del paese di Grezzana c’era un mulino dove il proprietario di nome Marcellino dava la farina a credito sulla fiducia o addirittura la regalava a quelle famiglie che non potevano pagare.</p>
<p>Si trattava di un vecchio mulino ad acqua tramandato di padre in figlio da oltre quattro secoli e Marcellino, padre di nove figli vi lavorava dall’alba al tramonto con amore e dedizione aiutato da sua moglie Maria e dai figli più grandi. Maria inoltre coltivava un piccolo orto proprio vicino al corso d’acqua che alimentava le pale del mulino ed allevava numerosi animali da cortile.</p>
<p>Tra questi c’erano anche molte oche della nostra razza perché costavano poco. Tutto ciò di cui avevano bisogno, infatti, erano grandi spazi verdi dove pascolare e grandi quantità di acqua dove nuotare e rinvangare il fondo di superficie che di certo, a ridosso del mulino, non mancavano.</p>
<p>In cambio le oche costituivamo il vero sostentamento della famiglia e anche della maggior parte degli abitanti del paese. A quei tempi ci chiamavano i “maiali dei poveri” perché da noi ricavavano ogni cosa a poco prezzo, perfino il morbido e candido piumino che veniva utilizzato per imbottire coperte e giubbotti con i quali gli abitanti della vallata veneta riuscivano a superare il freddo e il gelo dei lunghi inverni.</p>
<p>Quell’anno una delle femmine più anziane dello stormo di oche, aveva deposto nel nido, costruito tra i cespugli, quindici uova, un numero di gran lunga superiore a quello degli altri anni e dopo averle covate per circa un mese non tutte si erano schiuse. Gli allegri paperotti con il loro piumino giallo già correvano nell’acqua insieme a mamma e papà quando il penultimo figlio di Marcellino e Maria si accorse che nel nido c’erano tre uova incustodite.</p>
<p>“Màma mi g’he posso cipàr un òvo” disse il piccolo rivolendosi alla madre “ma si, ti li po&#8217; cipàr tutti e trèa tanto non gavemo catà gninte da quèste òva” rispose Maria che intanto con fare deciso le aveva poste dentro una fuscella, il piccolo cestino di vimini intrecciati con il quale si preparavano le ricotte, e gliele aveva date pensando che ciò sarebbe stato utile per distoglierlo dalla sua attività principale ovvero stare tutto il giorno seduto su di un grande masso a ridosso del corso d’acqua a contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.</p>
<p>Apollinare, così si chiamava il bambino, in onore del patrono del paese, non si allontanava dalla sua contemplazione neanche all’ora di pranzo tanto che qualcuna delle sorelle più grandi doveva  sempre andare a prenderlo perché non udiva la voce della mamma che lo chiamava con insistenza. “Ti sì pròprio stràmbo”, spesso gli dicevano tirandolo per un braccio “non ti g’ha fame? ti g’he vivi sòlo de èstro ciò”.</p>
<p>Ogni tanto suo padre vedendolo sempre distaccato e trasognante e soprattutto poco partecipe al gran ciarlare delle sorelle e fratelli gli diceva: “ti te g’ha portà vànti il làoro del mùlin. Da dòman ti vègni co mì”. Il dòman però non arrivava mai perché Apollinare, che comunque era soltanto un bambino, si defilava sempre da qualsiasi impegno per tuffarsi nel mondo della fantasia.</p>
<p>Ma quelle uova lo avevano riportato casa. Stringendo al petto la fuscella, corse in camera e la sistemò con cura sotto le coperte del suo letto. Ogni sera si addormentava con il piccolo cesto tra le braccia e durante il giorno ogni tanto andava a controllarlo accarezzando e muovendo delicatamente le uova come fanno tutte le chiocce del mondo.</p>
<p>“Ti si n’à ciòca spesso le dicevano le sorelle per stuzzicarlo e lui le inseguiva per ruzzare con loro. Insomma quelle tre uova avevano portato l’allegria e la complicità nella nidiata di Marcellino e Maria. Grande fu lo stupore e la gioia quella mattina di primavera inoltrata quando Apollinare svegliandosi sentì vicino al suo collo qualcosa di morbido. Durante la notte una delle uova si era schiusa ed il piccolo paperotto saltando fuori dalla fuscella si era accoccolato nel punto più caldo e protetto.</p>
<p>Prendendo delicatamente la piccola creatura tra le mani, a piedi nudi, scese di corsa in cucina dove tutti erano già intorno al tavolo per consumare la colazione. “mi g’he so deventà popà” gridò felice mostrando orgoglioso il morbido piumino giallo e grande fu davvero la gioia di tutti che gli si fecero intorno per accarezzarli entrambi.</p>
<p>“Mamma, come mi dà ciamàr la mi fiòla? Disse Apollinare rivolgendosi alla mamma che, dopo aver a lungo guardato verso l’alto intenta a pensare, rispose: “Agnese. La ti g’ha ciamàr Agnese.” Non a caso questo nome è sinonimo di <strong>amica leale, sincera e disponibile</strong> che aiuta sempre chi ha bisogno a perseguire i suoi progetti. E’il nome anche di colei che detesta la monotonia e spinta dalla sua innata <strong>curiosità</strong>, è sempre pronta a partire verso nuove avventure alla ricerca del cambiamento.</p>
<p>Con Agnese  accanto la vita di Apollinare cambiò davvero. Seguiva il suo dondolante qua qua in posti mai esplorati vincendo incertezze e timori. Tutto il giorno insieme erano sempre alla ricerca di nuove scoperte e a volte si spingevano fin dentro i paesi vicini. Nelle piazze il ragazzo sentiva parlare dei problemi dei contadini e degli allevatori, del cibo che non bastava mai, della carne che si mangiava soltanto una volta l’anno ed incominciava a pensare come poter fare per aiutare quella povera gente.</p>
<p>Altre volte esploravano in largo e lungo il mulino studiandone i meccanismi di funzionamento ed alcuni anni dopo, all’età di soltanto undici anni Apollinare incominciò ad aiutare suo padre nel lavoro di mugnaio accompagnato dalla sua inseparabile amica che con grande capacità comunicativa riusciva sempre a guidare le sue scelte.  Con i consigli di suo figlio, nel 1926 Marcellino sostituì il vecchio mulino ad acqua con uno dei primi mulini elettrici a cilindri per la macinazione dei cereali da cui otteneva sia la farina “bianca” di frumento che quella “gialla” di granoturco.</p>
<p>Ciò rappresentò una grande innovazione per quei tempi segnando l’avvio di una florida attività che qualche anno dopo si arricchì anche della produzione dell’olio mediante la costruzione di un oleificio. Intanto Apollinare, che aveva presto imparato da suo padre ad amare il lavoro e l’arte molitoria, iniziò a frequentare le scuole di avviamento commerciale e, due volte la settimana, le lezioni serali nella scuola ambulante di agraria che si trovava poco lontano dal paese. Agnese lo seguiva in tutti i suoi innumerevoli spostamenti e lui ne traeva coraggio e spirito di iniziativa.</p>
<p>Ben presto il giovane incominciò ad amministrare, con grande profitto, la contabilità della famiglia e a rivolgere la curiosità, trasmessagli da Agnese, verso le innovazioni tecnologiche delle quali andava alla scoperta viaggiando nei vari paesi d’Europa. Trascorsero così molti anni durante i quali il giovane sperimentò numerose attività nel mondo della zootecnica fino a quando il primo maggio del 1958, diede l’avvio alla sua carriera imprenditoriale.</p>
<p>Insieme a sua moglie Cesira e a cinque figli, lasciò con tanta nostalgia i luoghi dell’infanzia, per trasferirsi a Quinto, un paese della Valpantena, dove  costruì, accanto ad una casetta bianca a due piani, la prima industria per la produzione di mangimi al fine di garantire alimenti sani e nutrienti a tutti gli animali da allevamento in ricordo della sua cara amica Agnese che era sempre nei suoi ricordi”.</p>
<p>La storia mi piacque molto tanto che decisi di chiamare le mie nuove amiche “Agnese” e di non separarmene mai. Con il sopraggiungere dell’autunno fui costretta a lasciarle durante le ore antimeridiane per frequentare la scuola e quando si avvicinava l’ora dell’uscita non vedevo l’ora di tornare da loro per raccontargli tutto quello che avevo imparato. Anche loro mi aspettavano con ansia e quando mi vedevano varcare il cancello di casa mi correvano incontro starnazzando e battendo le ali.</p>
<p>Con il passare degli anni il tempo che trascorrevamo insieme era sempre di meno, ma comunque colmo di grandi emozioni ed immensa complicità. Anche a voler spremere le mie meningi all’infinito non riesco a ricordare quando è cessata la nostra frequentazione. Forse mai, considerando che con l’arrivo dei miei figli in casa mia hanno sempre abitato due piccoli anatroccoli che io chiamavo sistematicamente Agnese mentre loro preferivano chiamarle Adelina e Guendalina bla bla come le oche degli Aristogatti.</p>
<p>Quando nell’aprile del 2010 lessi la notizia della morte di Apollinare Veronesi, il creatore della più grande azienda europea specializzata nella lavorazione di carni di vari tipi e nella produzione di uova nota in tutto il mondo con il nome di Agricola Italiana Alimentare (A.I.A.), provai una profonda commozione perché mi tornò alla mente la storia di un’oca romagnola, chiamata Agnese che tanto peso aveva avuto nella vita  di un bambino  che trascorreva la maggior parte del suo tempo seduto a ridosso di un ruscello contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.</p>
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		<title>Clarice: storia di una gallina padovana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 19:47:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dall'AIA]]></category>
		<category><![CDATA[storie-aia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Erano tante le storie che i piccioni raccontavano tra una beccata e l’altra quando dalla colombaia, posta in cima al fienile, scendevano nell’aia. Ma quella preferita da Selvaggia, la femmina più anziana del gruppo, era la storia di Clarice alla quale aveva preso parte in prima persona. “Clarice” incominciava “arrivò in questa fattoria verso la [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Erano tante le storie che i piccioni raccontavano tra una beccata e l’altra quando dalla colombaia, posta in cima al fienile, scendevano nell’aia. Ma quella preferita da Selvaggia, la femmina più anziana del gruppo, era la storia di Clarice alla quale aveva preso parte in prima persona.</p>
<p>“Clarice” incominciava “arrivò in questa fattoria verso la metà di luglio nel momento più saliente di tutta l’attività agricola ovvero la trebbiatura del grano. Era quasi mezzogiorno e tutti gli abitanti della cascina che prendevano parte a questo importante evento erano riuniti in una grande tavolata, all’ombra del pergolato, per consumare il pranzo e trovare un po&#8217; di ristoro prima di riprendere il duro lavoro sotto il sole cocente.</p>
<p>Ad un tratto arrivò nell’aia una Alfa Romeo Giulietta Spider di colore bianco che frenando bruscamente sollevò un gran nuvolone di polvere mista a pula. Ne scese una giovane donna con grandi occhiali neri e un foulard fiorato sulla testa girato due volte intorno al collo che si diresse con passo rapido e deciso verso la tavolata.  Con un balzo Francesca, che già sapeva della sua venuta, le fu subito incontro per abbracciarla.</p>
<p>“E’ la mì sorella Ginevra” disse, rivolgendosi ai commensali. “Ora noi ci s’ha da ciarlare un po&#8217; e si va a desinare in casa”. Preparati due piatti con gli affettati e il pane posti al centro della tavola si diressero verso la grande cucina che aveva l’ingresso proprio sull’aia, ansiose di raccontarsi un’infinità di cose visto che le due sorelle si vedevano molto di rado per via delle loro scelte di vita così diverse.</p>
<p>Ginevra, infatti, lavorava nel Teatro Verdi di Firenze dove aveva preso parte al Maggio Musicale Fiorentino, una manifestazione artistica annuale molto impegnativa e stancante per gli artisti che vi prendevano parte ed aveva deciso di fare una vacanza recandosi in un magnifico hotel di Lignano Sabbiadoro, una antica località balneare nota per la sua sabbia colore dell’oro. Ma purtroppo in quell’hotel non ammettevano la presenza di animali e così aveva deciso di lasciare a sua sorella l’inseparabile amica Clarice.</p>
<p>Si trattava di una magnifica Gallina padovana dal piumaggio bianco avente il nome della moglie di Lorenzo il Magnifico, il rappresentante più illustre della famiglia dei “Medici”, che le era stata regalata alcuni anni prima dal suo fidanzato, storico d’arte presso il museo degli Uffizi a Firenze e non se n’era più separata neanche dopo la rottura del fidanzamento.</p>
<p>Quello che apparve a prima vista<strong> </strong>fu il suo gran ciuffo di penne lunghe e lanceolate che le coprivano quasi del tutto gli occhi, i favoriti (basette lunghe tipiche della moda dell’ottocento) sulle guance e la lunga barbetta. Tra le molteplici piume che nascondevano il volto, era possibile scorgere soltanto il becco contornato dalle narici rosse e carnose. Per queste caratteristiche estetiche, la gallina padovana è considerata da sempre la gallina ornamentale per eccellenza.</p>
<p>La sua origine è molto antica e affonda le sue radici nella lontana Russia dove le galline ciuffate venivano allevate per la capacità di resistere al freddo grazie al loro folto piumaggio. Fu introdotta a Padova dal marchese Giovanni Dondi,medico e astronomo padovano, al ritorno da un suo viaggio in Polonia nel 1360<em>. </em>In questa città, infatti, aveva conosciuto il re Casimiro III il grande, detto anche “re contadino” che gli aveva regalato un paio di esemplari di questa varietà di galline come ornamento per il giardino della sua villa gentilizia.</p>
<p>“La starà bene con le mì gallinelle” disse Francesca quando Ginevra prima di andarsene le porse la gabbia nella quale alloggiava il batuffolone bianco e salutata sua sorella si diresse verso il pollaio, essendo l’aia impegnata nella trebbiatura.</p>
<p>Clarice un po&#8217; disorientata sia per il viaggio sia per la sua scarsa visione causata dal grande ciuffo davanti agli occhi tentò i primi passi verso le altre galline distese all’ombra dell’albero di albicocche affiancato al pollaio, ma queste quando la videro si misero a ridere per il suo insolito aspetto e nei giorni che seguirono incominciarono a beccarla sia per imporle la gerarchia del pollaio, che Clarice non conosceva, sia per tenerla lontana a causa del suo insolito aspetto.</p>
<p>Intanto lo spasmodico lavoro della trebbiatura cui tutti gli abitanti della cascina avevano preso parte, dall’alba al tramonto, con il loro piccolo o grande contributo, stava volgendo al termine. La mitica “laverda rossa”, la trebbiatrice posta ad un lato dell’aia, dalla fine di giugno aveva “ingoiato” senza sosta i covoni da sgranare restituendo da una parte il grano e dall’altra la paglia già pressata in balle prismatiche che via via venivano accatastate nel fienile.</p>
<p>Il frumento era stato riposto in parte nei sacchi di iuta per essere venduto e in parte nei sili per essere conservato. Per festeggiare la chiusura di questo intenso ed importante lavoro fu organizzata l’ultima grande tavolata che da sempre si svolgeva in un clima di grande allegria. Le donne avevano iniziato a cucinare fin dalle prime ore del mattino accendendo il forno a legna dove avevano cotto oltre al pane anche gli arrosti, le pizze, le patate, le verdure gradinate e dolci di ogni tipo.</p>
<p>All’ora di pranzo una sinfonia di profumi pervadeva tutta l’aia, le massaie più esperte portavano in tavola grandi scife di legno ricolme di fettuccine all’uovo condite con il ragù e Duccio aveva spillato dalle migliori botti decine di litri di vino. Dopo pranzo al suono della fisarmonica e degli organetti tutti ballavano e c’era un gran via vai di vassoi ricolmi di dolci fatti in casa e di fiammeggianti fette di anguria. Ogni tanto aleggiava nell’aria il profumo del caffè e verso sera quello dei salumi appena affettati tra i canti dei più brilli che andarono avanti fino a tarda notte.</p>
<p>Il raccolto era andato davvero bene e l’indomani mattina ognuno tornò al proprio consueto lavoro. I mietitori stagionali tra saluti, abbracci e provviste per l’inverno ripartirono e gli amici dell’aia furono di nuovo liberi di razzolare.</p>
<p><strong> </strong>Clarice, che nel pollaio se ne stava quasi sempre nascosta negli angoletti per non essere beccata, si trovò davanti un mondo che le apparve sconfinato. Del resto lei aveva conosciuto soltanto il piccolo appartamento di Ginevra in centro Firenze dove era cresciuta. Le uniche piante che aveva visto fino ad allora erano quelle dei gerani dentro i vasi sul terrazzino e gli unici animali le rondini che solcavano il cielo durante l’estate. Non finiva più di esplorare ogni angolo dell’aia e dei campi circostanti entusiasmata dalla gioia della scoperta.</p>
<p><strong> </strong>Zampettava curiosa in ogni dove ed aveva fatto amicizia con le caprette e le pecore, che ormai conosceva una ad una e che spesso accompagnava al pascolo. Ruzzava con le oche dalle quali amava farsi rincorre, imitava i tacchini che la inseguivano divertiti e all’ora di pranzo si infilava sempre in cucina per avere i migliori assaggi.</p>
<p><strong> </strong>Francesca per liberarle la visuale aveva raccolto il grande ciuffo di penne che le scendeva davanti agli occhi e che di solito per tale scopo viene tagliato, con un bellissimo fiocchetto rosso e ciò la rendeva ancora più attraente e simpatica a tutti.  Insomma era divenuta la vera mascotte della fattoria.</p>
<p><strong> </strong>Si era però fermamente rifiutata di rientrare alla sera nel ricovero notturno del pollaio insieme alle altre galline, che non perdevano mai occasione di sparlare di lei. Dopo numerosi tentavi di rinchiuderla, gli umani decisero di lasciarla libera nell’aia anche perché “l’era bello mirarla accanto a ogni hosa” diceva sempre Francesca.</p>
<p>Clarice aveva trovato dentro il casotto del forno, proprio dietro la grande catasta di legna, un magnifico posto dove trascorrere la notte al sicuro ed era pertanto libera di coricarsi ed alzarsi quando voleva. Al primo sorgere del sole, era sempre la prima ad uscire nell’aia e ancor prima che il gallo cantasse, chiocciava a tutti gli amici della cascina il suo “buongiorno”.</p>
<p>In un pomeriggio di metà luglio all’improvviso si alzò una nube di polvere che trascinava con sé oggetti di ogni tipo. Gli amici dell’aia correvano di qua e di là spaventati e le donne li inseguivano per indirizzarli al riparo. Gli uomini con azioni frettolose e coordinate si davano un gran da fare per mettere gli attrezzi al coperto e per condurre gli animali nelle stalle o ancora per coprire il fieno rimasto all’aperto.</p>
<p>Nubi minacciose avanzavano velocemente e nel turbinio di uomini, oggetti ed animali, incominciarono a cadere i grossi goccioloni che precedono la pioggia. Si trattava di un temporale estivo, detto anche “temporale di calore” perché ha origine dal surriscaldamento del suolo a causa dell’alta temperatura. In pochi minuti, dal cielo divenuto plumbeo grosse nubi di colore nero (cumulonembi) contornate da lampi e tuoni cominciarono a scaricare con violenza una cascata di pioggia e grandine.</p>
<p>Ognuno dal proprio riparo, guardava fuori questa valanga di acqua abbattersi a terra, sapendo che da lì a poco sarebbe cessata all’improvviso. Soltanto Clarice, non avendo mai vissuto nulla di simile si era nascosta, paralizzata dalla paura, dietro la grande catasta di legna ed il tempo in quel putiferio scandito da lampi e fulmini sembrava non trascorrere mai.</p>
<p><strong> </strong>Ma, quasi all’improvviso, come era arrivato, il temporale se ne andò lasciando all’orizzonte l’arcobaleno, quell’enorme arco colorato che si forma quando la luce solare attraversa le gocce che si trovano sospese nell’aria dopo il temporale. Le gocce, infatti, si comportano come tanti piccoli prismi che per il meccanismo di rifrazione-riflessione scompongono la luce solare, luce bianca, nei sette colori che la compongono: violetto, blu, ciano, verde, giallo, arancione, rosso.</p>
<p>L’arcobaleno, si sa, da sempre affascina e stupisce e in men che non si dica tutti furono nell’aia per ammirarne la bellezza. Ai rumori della normalità Clarice, con passo cauto fece per uscire dal casotto quando vide trascinare dall’acqua piovana che scorreva davanti all’uscio una specie di involtino fatto di steli intrecciati, foglie, piccole radici, ciuffetti di lana. Con un balzo le fu sopra e frenando la forza dell’acqua con le ali lo afferrò con il becco per portarlo nel casotto.</p>
<p>Dopo averlo aperto capì che si trattava di un nido a forma di scodella trasportato dall’acqua del temporale chissà da dove. Al suo interno scorse cinque piccole uova di colore bianco con tanti piccoli puntini rossicci e muovendole con il suo becco fu immediatamente pervasa dal desiderio di covarle seppure nelle galline padovane l’istinto della cova sia quasi inesistente.</p>
<p>Aiutandosi con le zampe spinse il nido dietro la catasta di legna affinché nessuno potesse trovarlo e nei giorni che seguirono gli si accovacciava sopra per “incubare” le uova con il calore del suo corpo. Nessuno la vedeva più scorrazzare avanti e indietro ed usciva nell’aia soltanto per brevi periodi durante i quali mangiava, beveva, si sgranchiva un po&#8217; le zampe e salutava frettolosamente i suoi amici.</p>
<p>Clarice, infatti, trascorreva gran parte del giorno e della notte sul suo piccolo nido e poiché, il bello dell’attesa e l’attesa stessa, viveva una grande gioia aspettando il momento che dalle uova venissero alla luce le sue creature. Trascorsi circa quindici giorni le uova uno alla volta si schiusero e cinque fragili creaturine senza penne, con gli occhi chiusi ed i movimenti ovattati cominciarono a spalancare il loro beccuccio per chiedere cibo.  Clarice non sapeva da che parte incominciare e così si rivolse agli amici dell’aia per chiedere consiglio.</p>
<p>Fui io la prima a vedere i piccoli e capii subito che si trattava di pettirossi. Immediatamente grugai con gli altri amici ed insieme definimmo una strategia per l’approvvigionamento del cibo. Ognuno di noi si diresse in un posto diverso, dal bosco al ruscello dalla collina al laghetto passando per l’orto e per le stalle. In men che non si dica l’uscio del casotto fu ricolmo di ogni ben di dio: piccoli insetti, vermi, lumache, bruchi, minuscole bacche e semini con cui la neomamma avrebbe potuto sfamare per settimane gli insaziabili beccucci sempre spalancati.</p>
<p>In pochi giorni le dimensioni degli uccellini erano quasi triplicate ed il loro corpo si era ricoperto di penne. Qualcuno tentava i primi saltelli fuori del nido sotto lo sguardo sempre vigile di mamma Clarice che immediatamente lo riportava nel nido spingendolo con il becco. Qualcun altro riusciva a sfuggirgli e a raggiungere la soglia del casotto, ma a sera tutti si accoccolavano tra le morbide piume della loro mamma che traboccante di felicità si addormentava cullata dal battito dei cuoricini che solo le mamme riescono ad udire.</p>
<p>Trascorsi una ventina di giorni i giovani volatili erano pronti per lasciare il nido e quando una mattina Clarice uscì dal casotto contorniata dai saltellanti nidiacei tutti gioirono e vi si fecero intorno per dargli il “benvenuto nell’aia”. Perfino le galline che avevano sempre mantenuto le distanze dalla loro insolita rappresentante le chiocciarono le congratulazioni per l’audacia con cui aveva sottratto ad un’infausta sorte i cinque piccoli pettirossi.</p>
<p>La caratteristica principale di questi piccoli uccelli passeriformi è la colorazione rosso-arancio del piumaggio posto sul suo petto (da cui il nome) che si estende anche sulla faccia mentre il dorso è di colore bruno-verdastro. Secondo una leggenda cristiana, questa colorazione è dovuta al coraggio di un pettirosso che si trovava sul monte Golgota quando Gesù fu crocifisso e che, avendo cercato di liberarlo dalla corona di spine posta sulla testa, si era macchiato il petto con il suo sangue. In segno di gratitudine Gesù volle che la macchia rossa rimanesse per sempre affinché gli uomini potessero riconoscere anche da lontano quella creatura così generosa.</p>
<p>Quando i piccoli di Clarice uscirono nell’aia, però, la macchia rossiccia sul petto non era ancora comparsa perché ciò avviene dal terzo mese in poi, quando con la prima muta inizia a crescere il piumaggio da adulto e quindi in pochi capirono che si trattava di pettirossi.  Ma questo poco importava ed i nidiacei si integrarono molto bene tra gli amici dell’aia grazie al loro carattere allegro e brioso.</p>
<p>Anche gli umani furono entusiasti nel vedere questa bella ed affiatata famigliola seppure qualcuno fosse un po&#8217; preoccupato per ciò che sarebbe accaduto quando Ginevra al termine della vacanza, prevista per la fine di agosto, sarebbe tornata a riprendersi la sua inseparabile amica Clarice. Ma per fortuna esiste la provvidenza ovvero quell’avvenimento inatteso ed insperato che sopravviene nel momento del maggior bisogno.</p>
<p>La provvidenza fu posta nelle mani di Francesca sotto forma di telegramma: <em>“impossibilitata riprendere Clarice &#8211; stop &#8211; sposato proprietario hotel Lignano sabbia d’oro e  partita  per viaggio di nozze- stop – al ritorno abiterò hotel e Clarice rimarrà con te &#8211; stop- verrò a trovarla appena possibile – stop – vi voglio bene – Ginevra – stop. </em>Grande fu la gioia di tutti gli amici dell’aia quando Francesca lesse a voce alta il testo del telegramma dal quale era facile dedurre che Clarice sarebbe rimasta a vivere nella cascina.</p>
<p>Nei giorni che seguirono ci fu un gran da fare per insegnare a volare ai giovani pettirossi. Mamma Clarice, dalla quale non si allontanavano mai, con vigorosi saltelli saliva fin sulla parte più alta del fontanile da dove si librava in volo seguita dai suoi piccoli. Ma i voli duravano poco e gli uccellini continuavano a piroettare nell’aia sotto lo sguardo preoccupato della mamma e quello divertito degli amici. “Chi di gallina nasce, convien che razzoli” chiocciavano le galline più indiscrete che assistevano ai tentativi di volo senza successo, convinte che gli uccellini non avrebbero mai spiccato il volo.</p>
<p>Non avevano certamente fatto i conti con la tenacia di Clarice che si rivolse a me per pianificare una strategia di volo e dopo alcuni giorni di studio e schemi tracciati con il becco sul terreno riuscimmo a mettere a punto un piano efficace da adottare. Di corsa salì sul trampolino di lancio insieme ai passerotti librandosi nell’aria insieme a loro, ma prima che atterrassero subentravo io sostenendo i piccoli con le ali e riprendendo il volo verso l’alto. Una volta giunta in alto li lasciavo di colpo ed i piccoli non potevano far altro che battere le ali. In men che non si dica i nidiacei furono in grado di volare da soli sempre più in alto e sempre più lontano.</p>
<p>Con il sopraggiungere dell’autunno il loro petto si colorò di rosso ed il loro canto divenne particolarmente melodioso: era giunto il tempo del “distacco” ovvero quel momento in cui ogni essere vivente, divenuto adulto ed autosufficiente è pronto a costruire una nuova famiglia. Si tratta di una fase molto delicata, spesso accompagnata da una grande sofferenza, sia per i figli che per i genitori ed il cuore di Clarice era infranto al pensiero di separarsi dai suoi piccoli.</p>
<p>Se ne stava frastornata in mezzo all’aia seguendo con lo sguardo i giovani pettirossi che svolazzavano tra lei e i rami degli alberi circostanti.  Tutti gli amici dell’aia cercavano di confortarla, ma al contempo la spronavano a sostenere quell’importante e decisivo passo della vita. Ad un tratto con un rapido scuotimento del capo si liberò delle lacrime che riempivano i suoi occhi e ad ogni avvicinarsi dei passerotti con balzi decisi e determinati li colpiva con il suo robusto becco affinché si decidessero ad andare per la loro strada e lasciare definitivamente il “nido”.</p>
<p>Uno ad Uno scomparvero nell’infinito del cielo che Clarice continuò a guardare fino al salir del tramonto tra i garriti delle rondini che sembrava volessero confortarla dal suo dolore.  Si sentiva morire al pensiero che quella sera nel casotto non avrebbe trovato più i suoi piccoli e quasi per istinto si diresse verso il pollaio davanti al quale l’attendevano le galline felici di averla tra di loro.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Storie dall&#8217;Aia &#8211; Chloe: storia di un’oca migratrice</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Mar 2022 19:37:26 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[storie-aia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Anche quell’anno, nell’ultima settimana di settembre, Duccio e Francesca, insieme agli allevatori che lavoravano nella fattoria, si erano recati alla fiera degli animali che si svolge a Terranuova Bracciolini fin dal 1600 e ne tornarono carichi di nuovi esemplari provenienti da allevamenti di ogni parte d’Italia.  “ci s’ha da mantenè la variabilità genetica p’havè animali [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Anche quell’anno, nell’ultima settimana di settembre, Duccio e Francesca, insieme agli allevatori che lavoravano nella fattoria, si erano recati alla fiera degli animali che si svolge a Terranuova Bracciolini fin dal 1600 e ne tornarono carichi di nuovi esemplari provenienti da allevamenti di ogni parte d’Italia.  “ci s’ha da mantenè la variabilità genetica p’havè animali forti e senza malanni” ripeteva ogni anno Anna, la contadina che si occupava degli animali dell’aia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“In effetti”, replicava Francesca, “la diversità genetica all’interno di una popolazione di animali è di fondamentale importanza sia per portare avanti le caratteristiche più utili all’uomo (miglioramento genetico) come ad esempio la produzione di uova e di carne o le caratteristiche del piumaggio, sia per aumentare le capacità di adattamento alle variazioni ambientali che sottende all’evoluzione” e così tutti gli anni di buon’ora partivano per la fiera.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al ritorno dalla fiera il furgone FIAT 615 guidato da Francesca aveva la base di appoggio carica di ceste con i volatili e una di queste fu portata immediatamente vicino al laghetto. “ci s’ha bisogno d’acqua pè codeste bestiole”, disse Anna aprendo lo sportello della gabbia, e subito ne vennero fuori due grandi oche dal becco e piedi neri. Anche il collo e la coda erano neri mentre, la zona che va dalle guance alla gola erano di colore bianco, come pure il petto e l’addome.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si trattava di una coppia di oche canadesi note anche come “oche cigno” per l’eleganza del loro portamento. L’assenza del dimorfismo sessuale, come in quasi tutti gli uccelli acquatici non consentiva di capire quale fosse il maschio e quale la femmina, ma entrambi mostrarono subito un carattere docile e gregario e immediatamente si diressero verso la grande famiglia di oche romagnole che intanto quaqquerando e dondolando gli si erano fatte tutte intorno. Bastarono pochi qua qua e furono subito amiche.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nelle ore più calde dell’estate quando le une accanto alle altre si sdraiavano all’ombra della grande roverella per raccontare le loro storie preferite, anche le oche canadesi ne prendevano parte e tutte rimanevano a becco spalancato a sentir quaqquerare di bianchi paesaggi innevati battuti dal gelido vento polare, di sconfinate foreste di conifere e di giganti predatori con la pelliccia, di immense pianure sgusciate dal permafrost e di volpi che cambiano il colore del loro manto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non si muoveva neppure una penna quando descrivevano il magico spettacolo dell’aurora boreale, con i suoi enormi archi e raggi luminosi di colore verde che maestosi, danzando si innalzano nell’alto dell’atmosfera terrestre.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Durante la suggestiva descrizione dei paesaggi polari artici, Emma, l’oca canadese femmina, amava quaqquerare della nonna Chloe che in realtà non aveva mai conosciuto se non attraverso i racconti di sua madre. “Mia nonna Cloe” incominciava “era nata in Alaska e faceva parte di una covata deposta in un nido scavato nel terreno della tundra. Tra questa vegetazione fatta di erbe basse, muschi e licheni spiccavano numerose piante di sassifraga dai bei fiori di colore viola che furono la prima cosa che mia nonna vide quando picchiettando il guscio dell’uovo ne uscì fuori.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il loro nome significa “fiore che rompe i sassi” e mia nonna crebbe con le stese caratteristiche: forte e temeraria, ma soprattutto sempre pronta a volare incontro a chiunque avesse bisogno di aiuto. Per questo suo carattere, seppure ancora molto giovane, quell’anno la nonna fu inserita nel gruppo degli esemplari adulti, più forti ed esperti, che avrebbero guidato lo stormo durante la migrazione verso paesi più caldi dove trascorrere l’inverno.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In una sera di metà autunno il grande stormo era pronto sulla pianura per spiccare il volo con la tipica formazione a “V” ovvero quella disposizione che consente agli uccelli migratori di risparmiare energia poiché quando ciascun individuo batte le ali, si crea un vortice di aria verso l’alto che fa da spinta per l&#8217;uccello subito dietro riducendo grandemente la sua fatica. In tal modo l&#8217;autonomia di volo dello stormo aumenta notevolmente rispetto a quella di un uccello che vola da solo e ciò gli consente di compiere lunghi viaggi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Avrebbero percorso migliaia di chilometri raggiungendo una velocità prossima gli ottanta chilometri orari lungo una rotta costante grazie alle capacità innate di orientamento possedute che vanno dalla percezione del campo magnetico terrestre, al riconoscimento degli elementi geografici delle terre sorvolate fino all’identificazione delle stelle. Ogni anno infatti i grandi stormi riescono a ritrovare i loro abituali luoghi di svernamento e di riproduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Alla partenza però qualcosa non aveva funzionato e nonna Chloe si ritrovò da sola nella parte opposta della rotta definita per il lungo viaggio. Trascorse la notte in una depressione naturale del terreno ricoperta da legnetti, muschi e licheni e l’indomani mattina spiccò il volo per cercare di raggiungere lo stormo, ma sotto di sè vide qualcosa che attirò la sua attenzione. Due orsetti bianchi seguivano una grande scia rossa lasciata dalla slitta sulla quale era stata caricata la loro mamma per essere trasportata sulla barca attraccata su uno degli isolotti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Chloe capì subito che cosa era accaduto e senza esitare si diresse verso di loro parandovisi davanti con le ali aperte per allontanarli dalla slitta. I piccoli cercavano di superarla per seguire la scia ma lei con coraggio e determinazione li tratteneva allontanandoli sempre di più con vigorosi colpi di becco fino a quando i cacciatori scomparvero all’orizzonte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il sole era alto quado gli orsetti incominciarono a rassegnarsi e girare tutto intorno per ritrovare la loro tana. Cloe li seguiva premurosamente aprendo le ali su di loro per proteggerli dalla furia del vento. Lei sapeva bene che i cuccioli appartenevano alla specie del più grande carnivoro terrestre chiamato “principe dei ghiacci” e che non sarebbe stato facile prendersi cura di loro, ma il pensiero non la intimoriva e pianificò mentalmente una scaletta di cose da fare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Prima di tutto bisognava ritrovare la tana ed ogni tanto spiccava un volo di perlustrazione per scorgere qualcosa che potesse sembrare un rifugio per orsi e che sicuramente non era lontana considerando che i due orsetti dovevano essere venuti alla luce all’incirca nel mese di gennaio. Erano poi stati allattati dalla loro mamma più o meno fino ad aprile e con l’inizio del disgelo erano usciti dalla tana per scorrazzare nella tundra appena crescita sul permafrost.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Camminarono a lungo senza scorgere nulla fino a quando i due orsetti di colpo si arrestarono annusando l’aria tutto intorno.  Con il loro potente olfatto avevano fiutato la tana e con una rapida corsa la raggiunsero seguiti da Chloe che gli svolazzava sopra. In men che non si dica vi furono dentro e la giovane anatra sembrò tirare un sospiro di sollievo per aver almeno risolto il problema del ricovero notturno. Esausti, i due piccoli crollarono in un profondo sonno accoccolati sotto le sue lunghe ali.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisognava ora nutrire i piccoli orsi, non ancora in grado di cacciare e Cloe gli procurava quello che riusciva a trasportare con il becco: piccoli roditori, uova rimaste incustodite perché mai schiuse, e soprattutto resti di carcasse di grossi mammiferi come trichechi, beluga, foche, renne, rimaste dai pasti di altri orsi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I giorni trascorrevano felici, il loro peso era triplicato e la soffice pelliccia, che tenevano costantemente pulita rotolandosi sulla neve diveniva sempre più candida. “Mamma prendici” gridavano correndo tra la bassa vegetazione della tundra e quando lei con pochi battiti di ali le era sopra gli orsetti si rotolavano sulla schiena con la pancia all’aria quasi a volerla abbracciare. A volte era lei a farsi inseguire correndo goffamente sulla pianura e quando la raggiungevano la immobilizzavano con le loro le grosse zampe plantigrade per ricoprirla di morbidose leccate.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Con l’avanzare dell’inverno però l’impegno di Cloe diveniva sempre più duro. La neve caduta copiosa aveva completamente chiuso l’ingresso della tana e quando sentiva che era l’ora di procurare il cibo usava il suo becco come una piccola pala per scavare un pertugio dal quale uscire. Per lo più ricercava carcasse di animali morti per il freddo o per malattia oppure avanzate dal pasto di grossi predatori ma quando queste si trovavano lontano dalla tana doveva fare avanti e indietro per l’intera giornata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le sue forze erano allo stremo e per non morire di fame, aveva imparato a nutrirsi anche lei con i resti degli animali. Lo sconforto le attanagliava la mente, ma quando calava la sera e si accoccolava vicino agli orsetti rassicurandoli con infiniti colpetti di becco, la fatica sembrava scomparire e la speranza riaccendersi. Si addormentava insieme a loro con il cuore colmo di gioia come quello di ogni mamma che strige a sé i propri piccoli</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Trascorsero sei lunghi mesi battuti dal vento e dal gelo ed arrivò di nuovo la primavera. Con il disgelo tornò anche il grande stormo di oche canadesi e Chloe fu davvero felice di rivederle e quaqquerare con loro. Le sue amiche ascoltavano a becco aperto raccontare della sua intrepida avventura e non credevano ai loro occhi quando i giovani orsi le inseguivano per giocare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ben presto il gruppo di oche costituito dalle amiche e dalla famiglia di Chloe si abituarono alla costante presenza degli orsetti e quando le uova delle nuove covate si schiusero, i piccoli anatroccoli si trovarono davanti due enormi cuscini di morbida pelliccia bianca con un grande naso nero che li inseguiva in ogni dove. L’impriting fu immediato ed i giovani amici divennero inseparabili.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La grande famiglia allargata trascorse mesi meravigliosi, ma con l’inesorabile trascorrere del tempo per gli uccelli migratori giunse di nuovo il momento della partenza. Chloe però non si unì a loro perché sapeva bene che per l’orso bianco il distacco dalla mamma avviene piuttosto tardivamente, intorno al terzo anno di vita. Sapeva anche che per il loro sostentamento, una volta divenuti adulti, con un peso di circa 500 chili ed una lunghezza che si aggira intorno ai tre metri, avrebbero avuto bisogno di mangiare grandi quantità di carne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Bisognava quindi insegnargli a cacciare sia sul pack che nell’acqua. Ogni giorno seguiva in volo gli altri orsi cercando di imparare le tecniche di caccia per poi trasmetterle ai suoi piccoli che in breve tempo, con l’aiuto dell’istinto che sottende alla sopravvivenza dell’orso polare, impararono a cacciare sia sulla banchisa schivandone i pericoli, sia nelle gelide acque dell’Artico dentro le quali potevano nuotare per molte ore senza sosta ad una velocità che arrivava fino ai dieci chilometri l’ora.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quando Chloe ebbe la certezza che i suoi piccoli, erano ormai in grado di sapersi destreggiare tra i ghiacci dei quali sono il re, in un pomeriggio di inizio autunno, con il cuore infranto, li salutò. “abbiate cura di voi” gli disse commossa “Ci vedremo ancora” li rassicurò asciugando con la punta delle sue ali i grandi occhioni neri colmi di lacrime.  Raggiunto il grande stormo spiccò il volo verso le terre del sud.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gli orsi inseguirono la formazione a “V” per chilometri con il muso rivolto verso l’alto. “Mamma torna presto!” gridavano allo stormo che diventava sempre più piccolo. Chloe non poteva udirli ma sapeva che non si sarebbe mai dimenticata di loro neanche quando incominciò a covare le sue uova e a portare i paperotti nell’acqua per insegnargli a nuotare. Ogni sera d’inverno, nei paesi del sud, con il becco rivolto verso il carro dell’orsa maggiore vedeva sulla stella polare il muso dei suoi orsetti che sembrava le dicessero “mamma ti vogliamo bene” e con il cuore colmo di gioia metteva la testa sotto l’ala.</p>
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		<title>Storie dall&#8217;aia: prefazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Feb 2022 22:13:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[storie-aia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Prefazione La consuetudine di raccontare storie ai bambini si perde nella notte dei tempi e nell’immenso del mondo. Sono per lo più i genitori o i nonni a farlo, soprattutto di sera per aiutarli a prendere sonno, ma anche in altri momenti della giornata per dare loro gli insegnamenti e le certezze che li aiuterà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Prefazione </strong></p>
<p>La consuetudine di raccontare storie ai bambini si perde nella notte dei tempi e nell’immenso del mondo. Sono per lo più i genitori o i nonni a farlo, soprattutto di sera per aiutarli a prendere sonno, ma anche in altri momenti della giornata per dare loro gli insegnamenti e le certezze che li aiuterà ad affrontare il futuro della propria vita.</p>
<p>Del resto quando il bambino o ragazzo comincia ad acquisire una propria personalità, lo fa prendendo gradualmente coscienza dell’ambiente che è stato costruito nel tempo intorno a lui dalla sua famiglia, chiedendo informazioni su di esso, attraverso gli infiniti “perché”.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ed ecco sfornare dalla mente delle persone care a lui vicine le storie più disparate attinte per lo più dal mondo del fantastico come le favole e le fiabe o da narrazioni del passato tramandate da padre in figlio per conservarne il ricordo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mio padre le storie le attingeva dal mondo contadino e più precisamente dalla vita degli animali che abitano l’aia. Me le raccontava soprattutto nei freddi pomeriggi d’inverno seduti vicino alla stufa a legna che scaldava la cucina oppure in estate, seduti all’ombra del grande albero di noce, mentre facevo la merenda.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’aia alla quale si ispiravano la maggior parte delle storie, però, non era quella della nostra casa bensì quella di una grande cascina che un tempo si utilizzava per le numerose lavorazioni agricole richiedenti molto spazio come ad esempio l’essiccamento e la successiva trebbiatura dei cereali e nelle quali durante il giorno razzolavano gli innumerevoli animali da cortile e dove durante l’estate si rincorrevano felici i bambini delle varie famiglie che facevano parte della cascina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tale ispirazione era dovuta al fatto che mio padre durante la seconda guerra mondiale, alla quale aveva preso parte poco più che ventenne, conobbe un giovane contadino toscano di nome Duccio, che viveva nella cascina di proprietà della famiglia Benci dove affiancava il lavoro di suo padre nella mansione di &#8220;fattore&#8221; ovvero il responsabile dell&#8217;intera azienda agricola legata alla cascina.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spesso Duccio all’interno della trincea, ovvero quel fossato che durante la guerra di posizione veniva scavato nel terreno per ripararsi dal fuoco nemico, raccontava ai suoi compagni, tra cui mio padre le vicissitudini della sua vita nella cascina.  In quelle condizioni di vita inaccettabili che ogni giorno facevano toccare con mano la presenza incombente della morte, i suoi racconti rappresentavano attimi di serenità che ognuno avrebbe per sempre portato con sé.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Al termine della guerra i giovani sopravvissuti tornarono alle loro case dove nella maggior parte dei casi li attendeva il lavoro dei campi. Anche Duccio, divenuto l’amico più caro di mio padre, tornò nella cascina dei Benci, ma non trovò più i suoi genitori. La guerra aveva lasciato i segni del suo devastante passaggio, ma lui, seppure profondamente provato dalla sofferenza vissuta ebbe la forza ed il coraggio di “ricominciare”. Assunse il ruolo di fattore, sposò Francesca Benci di cui era innamorato fin da bambino quando lei veniva a trascorrere le vacanze estive presso la cascina ed insieme, con grande fatica ed un incessante lavoro ripristinarono tutte le attività agricole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quasi tutte le settimane arrivava una lettera dalla Toscana. Mio padre si sedeva sui gradini della nostra scala esterna e ne leggeva il contenuto a voce alta affinché potessi ascoltare anch’io che sedevo vicino a lui. Duccio gli raccontava le vicissitudini della sua vita nella cascina e mio padre ne era partecipe. A volte sorridendo diceva a voce alta “bravo Duccio! Hai fatto bene” oppure “attento Duccio! Non ti fidare!”, come se gli fosse vicino. Altre volte ancora esplodeva in una fragorosa risata a leggere delle avventure o disavventure che Duccio descriveva con l’insuperabile umorismo toscano.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le lettere suscitavano in me grande interesse e curiosità e per tutta la giornata ronzavo intorno a lui per saperne di più sul magico mondo che ruotava intorno ad una grande fattoria come quella del suo amico Duccio. Ma quello che maggiormente mi incuriosiva era la sua storia e la sua organizzazione sulle quali le mie domande si susseguivano senza sosta.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Si trova nel cuore del Chianti, dove fanno il vino buono”, mi diceva, “e dista soltanto pochi chilometri da Firenze, la città più importante del nostro paese, dopo Roma. Si tratta di una fattoria tipica dell’Italia settentrionale, costituita da una casa principale, dove abita la famiglia del fattore, attorno alla quale si trovano i vari edifici agricoli quali le stalle, il fienile, i sili, il caseificio, i magazzini, il mulino, il frantoio e le abitazioni dei contadini con le rispettive famiglie.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“La cascina di Duccio”, continuava, “è sorta sui resti di un antico castello risalente al 1300 che nel tempo ha visto l’avvicendarsi di varie famiglie nobili e ricche tra le quali, per ultima, verso la fine del 1700 la famiglia Benci dalla quale deriva Francesca, la splendida ragazza che Duccio ha sposato. La cascina è circondata da uliveti, vigneti ed immensi campi in parte coltivati a cereali e in parte dedicati a pascolo delle mucche e delle pecore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Poco lontano dai campi si trova un bosco secolare dove da sempre viene raccolta la legna per tutti gli usi della fattoria e dove, perfino Giacomo Puccini, il più grande musicista di tutti i tempi, andava a passeggiare in estate per ammirarne la bellezza e trovare l’ispirazione per le sue opere”.</p>
<p>Le storie provenienti dall’aia di Duccio, dove gli animali venivano allevati liberi, erano davvero tante e sempre diverse. Molte di queste le ho raccontate ai miei figli, a volte con il finale “libero” affidato alla loro creatività che riusciva sempre a renderlo ancor più avvincente anche se la maggior parte di quegli animali non li avevano mai visti. Lo stesso voglio farlo con tutti coloro che vorranno conoscere la magia degli animali che vivono nell’aia e magari un giorno tenerne uno con sé per scoprire come egli possa riempire la propria vita di amore e di gioia.</p>
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		<title>Storie dall&#8217;Aia: Agnese storia di un&#8217;oca romagnola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 19 Feb 2022 22:06:13 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Storie dall'AIA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando frequentavo l’asilo, durante i giochi nel cortile in estate o nel grande salone interno, durante l’inverno, la suora di turno per stimolarci a giocare insieme organizzava dei girotondi come ad esempio quello dell’“uccellino in gabbia…” oppure dei trenini accompagnati da martellanti filastrocche come quella del “serpente che vien giù dal monte….”. Non amavo molto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Quando frequentavo l’asilo, durante i giochi nel cortile in estate o nel grande salone interno, durante l’inverno, la suora di turno per stimolarci a giocare insieme organizzava dei girotondi come ad esempio quello dell’“uccellino in gabbia…” oppure dei trenini accompagnati da martellanti filastrocche come quella del “serpente che vien giù dal monte….”. Non amavo molto questi giochi perché, anche se per un solo momento, ci si trovava al centro dell’attenzione per rispondere “si” o “no” all’affetto per l’uccellino o per confermare se si era un pezzo della coda persa.</p>
<p>Per tale motivo mi nascondevo dentro la cavità del grande ulivo al centro del cortile quando eravamo fuori oppure dietro la tenda di velluto rosso che copriva l’ingresso della cappella interna quando eravamo nel salone. Poiché la suora di turno con tutto il codazzo immancabilmente mi ritrovava ero spesso costretta a cercare nascondigli “ove nessuno osava entrare” ovvero il bagno dei maschi o il confessionario di don Apollonio.</p>
<p>Quando però sentivo recitare la filastrocca delle ochette del pantano, uscivo fuori spontaneamente dai miei nascondigli e mi mettevo in circolo con agli altri bambini <em>“le ochette nel pantano, vanno piano piano piano, tutte in fila come fanti, l’una dietro e l’altra avanti. Una si pettina, l’altra balbetta la stesa parola, una è nell’acqua come barchetta fatta di un foglio del libro di scuola”.</em> Mi piaceva molto recitarla insieme agli altri mimando le ochette ed immaginando di essere una di loro zampettavo nel mondo della fantasia.</p>
<p>Sarò sempre grata a Renzo Pezzani per questa sua poesia che mi ha fatto amare fin da piccola le oche seppure si fossero concretizzate nella mia mente come creature magiche, sospese tra il cielo e la terra, considerato che, non avendo mai visto un pantano non riuscivo ad immaginarle intente a nuotare. Quando seppi da mio padre che il suo amico Duccio stava per mandargli due oche della sua fattoria fui davvero felice. Sarebbero arrivate di buonora un certo giorno con uno dei suoi furgoni diretti ai mercati generali di Roma e non vedevo l’ora che quel momento arrivasse.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Partecipavo con grande entusiasmo ai preparativi per accoglierle rimanendo incollata ai miei genitori. Mio padre costruì sotto il grande albero di mandorle, ad ovest del cortile, e non molto lontano dal pollaio, un piccolo casotto “a foratini” dove le oche avrebbero dovuto trascorrere la notte al sicuro da eventuali predatori notturni come volpi, faine o cani randagi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mia madre, che non aveva preso molto bene l’idea di quel dono, continuava a sbuffare: “le oche sono uccelli aquatici ed hanno bisogno di grandi quantità di acqua. Non è questo il posto adatto a loro. Ci daranno un sacco di problemi”. Comunque per fare buon viso a cattiva sorte, aveva scavato con la zappa una larga buca proprio sotto il tubo di scolo del fontanile affinchè potesse raccogliere l’acqua in esubero e poter far sguazzare le oche che stavano per arrivare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il giorno tanto atteso arrivò. Al primo sorgere del sole mio padre e mia madre si misero fuori del cancello di ingresso alla nostra casa in attesa del furgoncino proveniente dalla Toscana. Erano scesi in punta di piedi per non svegliarmi, ma io ero comunque dietro i vetri della finestra che guarda sulla strada ad aspettare con ansia. Ad un tratto vidi mio padre sporgersi e fare un cenno per indicare all’autista che era arrivato a destinazione. Insieme presero per i due manici una grossa cesta ricoperta con uno spesso telone di iuta e la posarono sul vialetto d’ ingresso.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>In un battibaleno fui di sotto e seguivo i miei genitori che portarono la cesta nella parte del cortile vicino al casotto. Quando fu sollevato il telo spuntarono due lunghi colli bianchi sormontati da due piccole teste con gli occhi celesti e un lungo becco arancione largo e piatto. Non si trattava certo di due anatroccoli bensì di due oche già grandine forse di un paio di mesi che, esitarono un po&#8217; prima di uscire dalla cesta quando questa fu inclinata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si guardavano intorno con aria spaesata, poi all’improvviso si diressero verso il pollaio dove le galline si erano portate vicino alla rete di recinzione per guardarle meglio. Come erano buffe con il loro corpo tondeggiante a forma di barca, le zampe corte e i piedi palmati.  La loro andatura era goffa e barcollante e quando udii i loro primi starnazzi con la voce rauca e penetrante ebbi quasi un sussulto di timore. “E’ finita la pace” disse mia madre ridendo perché sapeva bene che le oche sono delle vere e proprie caciarone oltre ad essere delle grandi imbrattatrici per gli innumerevoli escrementi che ogni giorno lasciano tutto intorno. Insomma erano ben altra cosa rispetto a quelle descritte da Renzo Pezzani.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma io non pensavo di certo a questi aspetti e non vedevo l’ora di giocare con loro seppure mia madre fosse un po&#8217; reticente. “non ci conoscono ancora e bisogna stare attenti perché le oche sono molto aggressive con gli estranei” diceva tenendomi lontana dal loro becco. Nei giorni che seguirono incominciarono però a definirsi i ruoli. Mia madre era divenuta il loro capo indiscusso, anche perché spesso le indirizzava con il manico della scopa, ed io una loro compagnuccia che cercavano in ogni momento per quaqquerare e giocare insieme.  Trascorsi l’estate più bella della mia infanzia. La mattina di buonora mi svegliavano con il loro prorompente qua qua e mi aspettavano in fondo alla scala esterna per dirigerci insieme verso il fontanile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La grande buca scavata da mia madre con il loro continuo rinvangare era divenuta un pantano e ogni giorno bisognava svuotare almeno una vasca del fontanile per riempirlo e ripulirlo.  Per impedire che mi infilassi anch’io in quell’acqua insieme a loro, mia madre aveva posto all’ombra del grande salice che cresceva a pochi metri dal pantano una enorme bagnarola di plastica azzurra che ogni mattina riempiva di acqua mettendola a scaldare al sole. A metà mattinata mi ci infilavo dentro con il mio magnifico costumino di filanca giallo con il quale ero andata al mare soltanto alcune volte con il pulman della parrocchia ed era ancora nuovo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Spesso mettevo insieme a me, nella bagnarola, la mia unica bambola di plastica di nome Mauretta che piaceva molto alle mie amiche e ogni tanto cercavano di portarmela via. Sguazzavamo per tutta la mattinata quaqquerando fino a quando non mi ritiravo in casa per il pranzo ed il riposino pomeridiano. Loro si sdraiavano all’ombra del salice a sonnecchiare ed erano raggiunte anche da tutte le galline che nel frattempo mia madre aveva fatto uscire dal pollaio affinché potessero razzolare e trovarsi un posto al fresco tra la vegetazione per trascorrere le ore più calde della giornata.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Aspettavo con ansia che i miei genitori si fossero addormentati per sgattaiolare fuori e dirigermi verso la pennuta comitiva. Mi piaceva molto ascoltare le loro quaqquerate, alternate alle chiocciate delle galline ed insieme sembrava facessero a gara nel raccontarmi le loro storie. Spesso con tutti quei racconti mi addormentavo sdraiata vicino a loro e mi svegliava mio padre per l’ora della merenda che facevamo insieme sotto il grande albero di noce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>“Mentre tu dormivi” incominciava mio padre “le oche mi hanno raccontato tante cose sulla loro vita in Toscana. Mi hanno detto che non sono cresciute in un pantano, come questo bensì sulle rive di un piccolo lago artificiale alimentato da un ramo del fiume che costeggia il bosco. Il laghetto fu  realizzato in tempi remoti per avere sempre a disposizione l’acqua necessaria alle molteplici coltivazioni che si praticano nella grande cascina di Duccio. </strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Le sue rive sono popolate dalla tipica vegetazione lacustre sulla quale svetta un fitto canneto che i </strong>contadini utilizzano per raccogliere le canne necessarie a sorreggere i fusti delle piante rampicanti come i fagiolini e i pomodori. In alcuni tratti della riva, lontana da quella dove sguazzano le oche crescono anche altri esemplari di piante acquatiche come la tifa, il coltellaccio maggiore e in alcuni punti dove l&#8217;acqua cede il posto alla terraferma, anche i magnifici cespi di carice  frammisti al giaggiolo giallo.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Nel tratto di riva verso la cascina, vicino alla quale è stato costruito il ricovero notturno, però la vegetazione è molto scarsa a causa della voracità delle oche ed ha ceduto il passo alla fanghiglia per il loro continuo </strong>rivangare il substrato alla ricerca di vermi e piccoli molluschi proprio come fanno qui da noi. Nella loro fattoria però le oche sono tantissime, quasi un centinaio e quindi puoi immaginare come hanno ridotto quel povero laghetto.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La maggior parte di loro sono “oche romagnole” proprio come le nostre. Il loro piumaggio è completamente </strong>bianco mentre il becco e le zampe sono arancioni. Hanno il corpo possente con il petto prominente e muscoloso e  quando sono adulte, posso superare anche i 10 chili di peso. La loro apertura alare può arrivare fino a due metri e sono così aggressive con gli intrusi che da sempre vengono utilizzate come cani da guardia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Di solito vengono chiamate anche </strong>“oche di Roma” perché durante una manifestazione mondiale, che si svolse a Barcellona nel 1926 qualcuno le chiamò così pensando alle famose oche del campidoglio. Erano queste un gruppo di oche che nella notte del 382 a. C. sul colle del Campidoglio, uno dei sette colli sui quali è stata costruita la città di Roma, dove vivevano libere nel tempio dedicato alla dea Giunone, sventarono l’attacco dell’esercito dei galli guidato dal comandante Brenno. Quando si accorsero del sopraggiungere del nemico, infatti, incominciarono a starnazzare allertarono l’esercito romano che si mosse per il contrattacco.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Naturalmente mi hanno anche raccontato, continuava, che nel loro grande stormo, così è chiamata la loro comunità seppure vivano sempre a terra, ci sono anche altre varietà di oche, come ad esempio quelle di Tolosa. E’ questa una varietà originaria del nord della Garonna (Francia), caratterizzata dal piumaggio grigio come quello dell’Oca Selvatica dalla quale deriva, e dalla presenza di una plica cutanea (bavetta) posta sotto il mento oltre che da una enorme chiglia che in alcuni esemplari assieme ai doppi sacchi ventrali tocca il suolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Queste oche per il loro aspetto imponente sono chiamate “mammut del mondo delle oche” e sono conosciute soprattutto per la produzione del patè d’oca (foie gras) che si ottiene, soprattutto in Francia, sottoponendo le oche ad una alimentazione forzata (gavage). Per fortuna però questa pratica barbara e crudele, già presente nell’antico Egitto, comincia a divenire illegale in molti paesi e speriamo che da qui a poco nessuno gradirà più questo infernale alimento.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Papà ma come hanno fatto le oche a raccontarti tutte queste cose?” “Semplice loro sono delle grandi quaqquerone ed io conosco la loro lingua. Naturalmente non solo, conosco anche il chioccese delle galline lo zighese dei conigli il gloglottese dei tacchini e delle galline faraone e tante altre lingue sia degli animali che delle piante”. “Ma te le hanno insegnate a scuola tutte queste lingue”? “Si, ma non in quella dove andrai tu il prossimo anno bensì nella scuola della natura dove per conoscerla bisogna imparare ad ascoltarla”. “La natura ci parla di sé con infiniti suoni, segni e linguaggi dobbiamo soltanto concentrarci per comprenderli”.</p>
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<p>Quel pomeriggio rimanemmo più a lungo seduti all’ombra del grande noce per sottrarci all’afa che ancora rendeva l’aria insopportabile. Le due oche romagnole con passo anserino dondolando furono presso di noi seguite dalle galline e tutte insieme si sdraiarono vicino ai nostri piedi. Fu allora che cominciarono a quaqquerare di loro ed io con la traduzione simultanea di mio padre rimasi incantata ad ascoltarle.</p>
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<p>“Noi siamo gli uccelli acquatici maggiormente legati alla vita quotidiana degli umani”, incominciò quella leggermente più grossa. “Abbiamo storie in comune provenienti fin dai tempi della preistoria e nell’antico Egitto eravamo addirittura considerate sacre. In tutte le epoche siamo state scelte come protagoniste di innumerevoli favole e racconti e c’è stato un famoso etologo di nome Konrad Lorenz che ha studiato a lungo il nostro comportamento per farne un libro intitolato<strong><em> </em></strong>L’anello di re Salomone.</p>
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<p>Nella fattoria di Duccio ogni giorno le oche che vi abitano raccontano innumerevoli storie che dimostrano quanto la nostra vita sia legata a quella degli umani. Tra queste c’è quella di Agnese un’oca bianca che negli anni 20 del secolo scorso viveva in un mulino della Valpantena. E’ questa una stretta vallata che si estende da Verona fino ai monti Lessini, dove il sole sorge troppo tardi e tramonta troppo presto, e dove gli abitanti dei paesi che vi sorgevano non riuscivano a mettere insieme il pranzo con la cena.</p>
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<p>Vivevano del duro lavoro che consisteva nella raccolta della selce, una roccia sedimentaria costituita da silice, che chiamavano folenda, con la quale si fabbricavano acciarini ed abrasivi, oppure nella raccolta di sassi di calcare dai quali ricavavano la calce (calsìna) per l’edilizia. I guadagni erano pochi ed il cibo scarso, ma per fortuna a Lugo, una frazione del paese di Grezzana c’era un mulino dove il proprietario di nome Marcellino dava la farina a credito sulla fiducia o addirittura la regalava a quelle famiglie che non potevano pagare.</p>
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<p>Si trattava di un vecchio mulino ad acqua tramandato di padre in figlio da oltre quattro secoli e Marcellino, padre di nove figli vi lavorava dall’alba al tramonto con amore e dedizione aiutato da sua moglie Maria e dai figli più grandi. Maria inoltre coltivava un piccolo orto proprio vicino al corso d’acqua che alimentava le pale del mulino ed allevava numerosi animali da cortile.</p>
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<p>Tra questi c’erano anche molte oche della nostra razza perché costavano poco. Tutto ciò di cui avevano bisogno, infatti, erano grandi spazi verdi dove pascolare e grandi quantità di acqua dove nuotare e rinvangare il fondo di superficie che di certo, a ridosso del mulino, non mancavano.</p>
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<p>In cambio le oche costituivamo il vero sostentamento della famiglia e anche della maggior parte degli abitanti del paese. A quei tempi ci chiamavano i “maiali dei poveri” perché da noi ricavavano ogni cosa a poco prezzo, perfino il morbido e candido piumino che veniva utilizzato per imbottire coperte e giubbotti con i quali gli abitanti della vallata veneta riuscivano a superare il freddo e il gelo dei lunghi inverni.</p>
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<p>Quell’anno una delle femmine più anziane dello stormo di oche, aveva deposto nel nido, costruito tra i cespugli, quindici uova, un numero di gran lunga superiore a quello degli altri anni e dopo averle covate per circa un mese non tutte si erano schiuse. Gli allegri paperotti con il loro piumino giallo già correvano nell’acqua insieme a mamma e papà quando il penultimo figlio di Marcellino e Maria si accorse che nel nido c’erano tre uova incustodite.</p>
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<p>“Màma mi g’he posso cipàr un òvo” disse il piccolo rivolendosi alla madre “ma si, ti li po&#8217; cipàr tutti e trèa tanto non gavemo catà gninte da quèste òva” rispose Maria che intanto con fare deciso le aveva poste dentro una fuscella, il piccolo cestino di vimini intrecciati con il quale si preparavano le ricotte, e gliele aveva date pensando che ciò sarebbe stato utile per distoglierlo dalla sua attività principale ovvero stare tutto il giorno seduto su di un grande masso a ridosso del corso d’acqua a contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.</p>
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<p>Apollinare, così si chiamava il bambino, in onore del patrono del paese, non si allontanava dalla sua contemplazione neanche all’ora di pranzo tanto che qualcuna delle sorelle più grandi doveva  sempre andare a prenderlo perché non udiva la voce della mamma che lo chiamava con insistenza. “Ti sì pròprio stràmbo”, spesso gli dicevano tirandolo per un braccio “non ti g’ha fame? ti g’he vivi sòlo de èstro ciò”.</p>
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<p>Ogni tanto suo padre vedendolo sempre distaccato e trasognante e soprattutto poco partecipe al gran ciarlare delle sorelle e fratelli gli diceva: “ti te g’ha portà vànti il làoro del mùlin. Da dòman ti vègni co mì”. Il dòman però non arrivava mai perché Apollinare, che comunque era soltanto un bambino, si defilava sempre da qualsiasi impegno per tuffarsi nel mondo della fantasia.</p>
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<p>Ma quelle uova lo avevano riportato casa. Stringendo al petto la fuscella, corse in camera e la sistemò con cura sotto le coperte del suo letto. Ogni sera si addormentava con il piccolo cesto tra le braccia e durante il giorno ogni tanto andava a controllarlo accarezzando e muovendo delicatamente le uova come fanno tutte le chiocce del mondo.</p>
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<p>“Ti si n’à ciòca spesso le dicevano le sorelle per stuzzicarlo e lui le inseguiva per ruzzare con loro. Insomma quelle tre uova avevano portato l’allegria e la complicità nella nidiata di Marcellino e Maria. Grande fu lo stupore e la gioia quella mattina di primavera inoltrata quando Apollinare svegliandosi sentì vicino al suo collo qualcosa di morbido. Durante la notte una delle uova si era schiusa ed il piccolo paperotto saltando fuori dalla fuscella si era accoccolato nel punto più caldo e protetto.</p>
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<p>Prendendo delicatamente la piccola creatura tra le mani, a piedi nudi, scese di corsa in cucina dove tutti erano già intorno al tavolo per consumare la colazione. “mi g’he so deventà popà” gridò felice mostrando orgoglioso il morbido piumino giallo e grande fu davvero la gioia di tutti che gli si fecero intorno per accarezzarli entrambi.</p>
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<p>“Mamma, come mi dà ciamàr la mi fiòla? Disse Apollinare rivolgendosi alla mamma che, dopo aver a lungo guardato verso l’alto intenta a pensare, rispose: “Agnese. La ti g’ha ciamàr Agnese.” Non a caso questo nome è sinonimo di <strong>amica leale, sincera e disponibile</strong> che aiuta sempre chi ha bisogno a perseguire i suoi progetti. E’il nome anche di colei che detesta la monotonia e spinta dalla sua innata <strong>curiosità</strong>, è sempre pronta a partire verso nuove avventure alla ricerca del cambiamento.</p>
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<p>Con Agnese  accanto la vita di Apollinare cambiò davvero. Seguiva il suo dondolante qua qua in posti mai esplorati vincendo incertezze e timori. Tutto il giorno insieme erano sempre alla ricerca di nuove scoperte e a volte si spingevano fin dentro i paesi vicini. Nelle piazze il ragazzo sentiva parlare dei problemi dei contadini e degli allevatori, del cibo che non bastava mai, della carne che si mangiava soltanto una volta l’anno ed incominciava a pensare come poter fare per aiutare quella povera gente.</p>
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<p>Altre volte esploravano in largo e lungo il mulino studiandone i meccanismi di funzionamento ed alcuni anni dopo, all’età di soltanto undici anni Apollinare incominciò ad aiutare suo padre nel lavoro di mugnaio accompagnato dalla sua inseparabile amica che con grande capacità comunicativa riusciva sempre a guidare le sue scelte.  Con i consigli di suo figlio, nel 1926 Marcellino sostituì il vecchio mulino ad acqua con uno dei primi mulini elettrici a cilindri per la macinazione dei cereali da cui otteneva sia la farina “bianca” di frumento che quella “gialla” di granoturco.</p>
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<p>Ciò rappresentò una grande innovazione per quei tempi segnando l’avvio di una florida attività che qualche anno dopo si arricchì anche della produzione dell’olio mediante la costruzione di un oleificio. Intanto Apollinare, che aveva presto imparato da suo padre ad amare il lavoro e l’arte molitoria, iniziò a frequentare le scuole di avviamento commerciale e, due volte la settimana, le lezioni serali nella scuola ambulante di agraria che si trovava poco lontano dal paese. Agnese lo seguiva in tutti i suoi innumerevoli spostamenti e lui ne traeva coraggio e spirito di iniziativa.</p>
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<p>Ben presto il giovane incominciò ad amministrare, con grande profitto, la contabilità della famiglia e a rivolgere la curiosità, trasmessagli da Agnese, verso le innovazioni tecnologiche delle quali andava alla scoperta viaggiando nei vari paesi d’Europa. Trascorsero così molti anni durante i quali il giovane sperimentò numerose attività nel mondo della zootecnica fino a quando il primo maggio del 1958, diede l’avvio alla sua carriera imprenditoriale.</p>
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<p>Insieme a sua moglie Cesira e a cinque figli, lasciò con tanta nostalgia i luoghi dell’infanzia, per trasferirsi a Quinto, un paese della Valpantena, dove  costruì, accanto ad una casetta bianca a due piani, la prima industria per la produzione di mangimi al fine di garantire alimenti sani e nutrienti a tutti gli animali da allevamento in ricordo della sua cara amica Agnese che era sempre nei suoi ricordi”.</p>
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<p>La storia mi piacque molto tanto che decisi di chiamare le mie nuove amiche “Agnese” e di non separarmene mai. Con il sopraggiungere dell’autunno fui costretta a lasciarle durante le ore antimeridiane per frequentare la scuola e quando si avvicinava l’ora dell’uscita non vedevo l’ora di tornare da loro per raccontargli tutto quello che avevo imparato. Anche loro mi aspettavano con ansia e quando mi vedevano varcare il cancello di casa mi correvano incontro starnazzando e battendo le ali.</p>
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<p>Con il passare degli anni il tempo che trascorrevamo insieme era sempre di meno, ma comunque colmo di grandi emozioni ed immensa complicità. Anche a voler spremere le mie meningi all’infinito non riesco a ricordare quando è cessata la nostra frequentazione. Forse mai, considerando che con l’arrivo dei miei figli in casa mia hanno sempre abitato due piccoli anatroccoli che io chiamavo sistematicamente Agnese mentre loro preferivano chiamarle Adelina e Guendalina bla bla come le oche degli Aristogatti.</p>
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<p>Quando nell’aprile del 2010 lessi la notizia della morte di Apollinare Veronesi, il creatore della più grande azienda europea specializzata nella lavorazione di carni di vari tipi e nella produzione di uova nota in tutto il mondo con il nome di Agricola Italiana Alimentare (A.I.A.), provai una profonda commozione perché mi tornò alla mente la storia di un’oca romagnola, chiamata Agnese che tanto peso aveva avuto nella vita  di un bambino  che trascorreva la maggior parte del suo tempo seduto a ridosso di un ruscello contemplare l’incessante rincorrersi dei flutti.</p>
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