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	<title>Storie Archivi - Loreta De Carolis</title>
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	<description>Pittrice e Scrittrice</description>
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		<title>Vincenzo e l’avventura di mezza estate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 06:14:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'ORTO]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4067" src="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-204x300.jpg" alt="" width="301" height="444" srcset="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-204x300.jpg 204w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-695x1024.jpg 695w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-768x1132.jpg 768w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-1042x1536.jpg 1042w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate-1390x2048.jpg 1390w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-e-lavventura-di-mezza-estate.jpg 1474w" sizes="(max-width: 301px) 100vw, 301px" /></a></p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Come un fulmine il nonno Vincenzo cominciò a roteare intorno alla canna sulla quale il suo fusto era avvolto e srotolandolo completamente si diresse verso le fiamme sulle quali cominciò a rotolare avanti e indietro per spegnerle. Infatti, poiché la combustione (dal latino <em>combustio-onis</em> ovvero bruciamento) è una reazione chimica che comporta la trasformazione di un combustibile, come l’erba secca, in fiamma per mezzo di un comburente, come l’ossigeno dell’aria, così facendo il nonno impedì all’ossigeno di combinarsi con l’erba per farla bruciare.</p>
<p>Ben presto anche gli altri pomodori lo raggiunsero e proprio come una squadra di valorosi pompieri riuscirono a soffocare le minacciose lingue di fuoco. Ma aimè, una piccola scintilla era sfuggita all’ardita impresa ed aveva raggiunto il plaid dei ragazzi proprio dove era seduta Marianna, una graziosa fanciulla dai lunghi capelli biondi che non si era accorta della minaccia.</p>
<p>Grande fu la gioia del nonno Vincenzo che oltre ad aver salvato la giovane Marianna da una imminente tragedia era riuscito a far capire a quei ragazzi che fumare è sbagliato!”. Grande fu anche la gioia di tutti gli amici dell’orto che lo acclamarono il “miglior pompiere verde” mai esistito nella storia degli ortaggi tramandando, orgogliosi, la sua impresa fino ai giorni nostri e, chissà per quanti altri ancora, alle generazioni future.</p>
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		<title>Vincenzo: storia di un valoroso pomodoro cuore di bue</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 06:11:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'ORTO]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-scaled.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4060" src="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-194x300.jpg" alt="" width="307" height="474" srcset="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-194x300.jpg 194w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-663x1024.jpg 663w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-768x1186.jpg 768w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-994x1536.jpg 994w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-1326x2048.jpg 1326w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Vincenzo-storia-di-un-valoroso-pomodoro-Cuore-di-Bue-scaled.jpg 1657w" sizes="(max-width: 307px) 100vw, 307px" /></a></p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..“Queste bacche mi hanno salvata la vita lottando con la forza di un bue contro il fuoco che questa notte aveva incendiato la tenda della mia camera” disse Elisabetta porgendo agli invitati il vassoio sul quale aveva teneramente posto le bacche bruciacchiate. Ve ne faccio dono affinché anche voi possiate coltivare, nel vostro giardino, queste strane bacche a forma di cuore che in memoria del loro coraggio chiameremo “bacche a cuore di bue”.</p>
<p>Tra le bacche che Elisabetta aveva posto nel vassoio ce n’era una particolarmente grossa, che lei individuò come il valoroso capitano che aveva coordinato l’impresa di salvataggio e lo chiamò Vincenzo che significa “colui che vince” dal quale non si sarebbe mai più separata piantando i suoi semi per il resto della vita.</p>
<p>Quando Elisabetta e Alberto si unirono in matrimonio nell’antica Abbazia di Prüll, in Baviera, l’atrio era stato adornato con frondosi tralci di pomodoro cuore di bue tra i quali Vincenzo spiccava in prima fila ed un fragoroso applauso li accolse festosamente all’uscita della chiesa. C’era anche Sebastian ad omaggiare gli sposi ed aveva portato in dono un grande cesto colmo di pomodori che lui stesso aveva coltivato nel castello di Blois dove i due giovani si erano conosciuti.</p>
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		<title>Zeota: la carota che voleva ballare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 03 Oct 2024 06:07:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'ORTO]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Zeota felice incominciò a ballare sulle sue due radici accompagnata dalle tenere vibrazioni della restante parte delle fronde. Ma le note emesse dalle foglie non erano sufficientemente intense da poter raggiungere ogni parte dell’orto e così mi rivolsi ai frutti e fiori che potenzialmente potevano produrre musica. “forza pigroni rallegriamo questa serata nella quale [&#8230;]</p>
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<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Zeota felice incominciò a ballare sulle sue due radici accompagnata dalle tenere vibrazioni della restante parte delle fronde.</p>
<p>Ma le note emesse dalle foglie non erano sufficientemente intense da poter raggiungere ogni parte dell’orto e così mi rivolsi ai frutti e fiori che potenzialmente potevano produrre musica. “forza pigroni rallegriamo questa serata nella quale gli amici dell’ipogeo e quelle dell’epigeo sono finalmente insieme! Forse è la prima volta nella storia dell’agricoltura che avviene tale evento e dobbiamo contribuire a renderlo memorabile!”.</p>
<p>Fu allora che uno ad uno i baccelli dei fagioli borlotti, aprirono lentamente le loro teche ed i variegati semi cominciarono a muoversi come l’antica e leggera tastiera di un pleyel, il pianoforte tanto amato da Chopin.  Fecero seguito la candida tastiera dei fagioli cannellini e quella verde dei magici piselli accompagnate dalla quella più squillante delle fave che come un antico clavicembalo pizzicava note che facevano sognare.</p>
<p>La luna che splendeva alta nel cielo stellato fu incuriosita dalle vellutate melodie che le giungevano dall’orto e per ascoltarle meglio si fece vicina vicina. Ne rimase immediatamente affascinata e tirando fuori dalla sua luminosa corona un lunghissimo raggio incominciò a dirigere le ardite tastiere dando loro il tempo per splendide sonate.</p>
<p>Le più belle melodie di tutti i tempi e di tutti i generi pervasero l’intero paese e tutti gli abitanti credettero di sognare. Anche le stelle si fecero vicine per ascoltarle e siccome sono molto chiacchierine, chissà a quanti musicisti le hanno raccontate e a quanti ancora le racconteranno.</p>
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		<title>Rubor: il gigante buono dell&#8217;orto ed i giovani rondinotti che non sapevano volare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 21:03:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'ORTO]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-scaled.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4051" src="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-202x300.jpg" alt="" width="309" height="459" srcset="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-202x300.jpg 202w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-690x1024.jpg 690w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-768x1139.jpg 768w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-1035x1536.jpg 1035w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-1380x2048.jpg 1380w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Rubor-il-gigante-dellorto-e-i-rondinotti-che-non-sapevano-volare-scaled.jpg 1725w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Man mano che salivano l’emozione aumentava sempre di più e tutte le loro penne, da quelle più lunghe delle ali e della coda a quelle più corte del petto e del collo, fremevano al pensiero di librarsi nel cielo infinito. Rubor dal basso li incitava a lasciarsi andare ma i cinque rondinotti esitavano fino a quando il pero con un ramo non ne spinse uno.</p>
<p>Dapprima cadde di peso, ma poi, poco prima di raggiungere il suolo le sue ali lunghe ed appuntite si aprirono insieme alla coda biforcuta ed il suo corpo allungato e aereodinamico cominciò ad innalzarsi sempre di più per poi tornare verso il basso con traiettorie circolari. Ad ogni giro la giovane rondine emetteva forti garriti di gioia che si alternavano ai frequenti “gloup” degli insetti catturati in volo.</p>
<p>“Brava! Brava Primula”, così pensò di chiamarla, “porta con te anche i tuoi fratelli!” Gridava con grande entusiasmo Rubor dal basso. Ogni volta che scendeva in picchiata per poi cabrare di nuovo verso l’alto Primula volava radente alle fronde del grande pero sfiorando con le ali i suoi fratelli che ben presto uno dopo l’altro la seguirono mettendo in atto le loro innate capacità di volteggiare.</p>
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		<title>Aurora e la storia di un amore impossibile</title>
		<link>https://loretadecarolis.it/aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 20:58:03 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..Quel tratto di spiaggia era sovrastato da grandi alberi di pino marittimo tra i quali ne svettava uno diverso da tutti gli altri. Si trattava di un Pino domestico appartenente alla famiglia delle pinacee, diffusa soprattutto sulle coste settentrionali del bacino del mediterraneo dove formano vasti boschi chiamati pinete. Alto quasi 25 metri, con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-scaled.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4046" src="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-196x300.jpg" alt="" width="305" height="466" srcset="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-196x300.jpg 196w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-670x1024.jpg 670w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-768x1174.jpg 768w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-1005x1536.jpg 1005w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-1339x2048.jpg 1339w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Aurora-e-la-storia-di-un-amore-impossibile-scaled.jpg 1674w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..Quel tratto di spiaggia era sovrastato da grandi alberi di pino marittimo tra i quali ne svettava uno diverso da tutti gli altri. Si trattava di un Pino domestico appartenente alla famiglia delle pinacee, diffusa soprattutto sulle coste settentrionali del bacino del mediterraneo dove formano vasti boschi chiamati pinete.</p>
<p>Alto quasi 25 metri, con una grande chioma espansa a forma di ombrello, al chiarore della luna sembrava un valoroso guerriero con la sua armatura protesa verso il cielo a difesa dei più deboli. Quando Aurora aprì gli occhi e lo vide ne rimase folgorata e per continuare ad ammirarlo cominciò a premere i suoi delicati lembi sulla morbida sabbia affinchè l’oscillar delle onde di spiaggia non la riportassero in acqua.</p>
<p>Anche Pino si accorse di lei quando i candidi raggi incominciarono a lambire il suo ondulato corpo facendola apparire come uno splendido diadema incastonato nel magico silenzio della notte. Ne rimase immediatamente affascinato e non riusciva più a smettere di ammirarla. Si era innescata tra di loro una grande attrazione ovvero quella forza incommensurabile che tutti chiamano amore.</p>
<p>Insomma nessuno riusciva a dare una spiegazione scientifica al fenomeno che si era verificato in quel tratto di spiaggia e così tutti continuarono a parlare di miracolo della natura senza immaginare che il vero miracolo era stato compiuto dall’amore tra due creature coì lontane nel mondo dei viventi ma così vicine in quello dei sentimenti.</p>
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		<title>Cicerella e la storia di un amore senza tempo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 20:54:04 +0000</pubDate>
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<p><a href="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-scaled.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-4042" src="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-200x300.jpg" alt="" width="302" height="453" srcset="https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-200x300.jpg 200w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-683x1024.jpg 683w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-768x1151.jpg 768w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-1025x1536.jpg 1025w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-1367x2048.jpg 1367w, https://loretadecarolis.it/wp-content/uploads/2024/10/Cicerella-e-la-storia-di-un-amore-senza-tempo-scaled.jpg 1708w" sizes="(max-width: 302px) 100vw, 302px" /></a></p>
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<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;La fanciulla allora slegò dalla sua cintura un sacchetto di lino contenente una manciata di ceci e mettendolo tra le mani di Ramsete disse: “portali con te, sono loro che ci hanno fatto conoscere e loro sapranno guidarti nelle tue scelte. Li ho avuti in dono da mia nonna e lei dalla sua e così via fin dalla notte dei tempi. La forma di questi semi assomiglia alla testa di un ariete che, come diceva mia nonna, riesce a sfondare tutte le porte”.  Il giovane faraone legò il sacchetto al suo gonnellino e non se ne separò mai più.</p>
<p>Tornato vittorioso dall’impresa bellica contro gli ittiti, Ramsete era convinto più che mai di sposare Nefertari e dopo aver nominato primo ministro suo padre e generale dell’esercito imperiale suo fratello, fu celebrato il loro matrimonio coronando il sogno d’ amore nato in un cantiere edile davanti ad una zuppa di ceci.</p>
<p>Nefertari divenne la regina più amata e potente della storia dell’Egitto. Durante la sua lunga vita Ramsete II ebbe altre 8 mogli e quasi cento figli, ma la sua prediletta e la più amata fu sempre lei con la quale nelle calde serate d’estate soleva salire sulla parte più alta del palazzo reale e, l’una tra le braccia dell’altro, davanti all’infuocato tramonto africano facevano scorrere tra le dita gli amici ceci e tutti i sogni che con essi avevano realizzato.</p>
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		<title>Larissa e la storia di una zucca dal cuore grande</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 20:47:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#160; &#8230;&#8230;&#8230;Il tempo trascorreva felice sotto la veranda, ma con il trascorrere dei mesi e l’avvicinarsi dell’età adulta i gattini divenivano sempre più indipendenti e pronti per conoscere nuove realtà. Con il sopraggiungere dell’autunno ognuno andò per la propria strada. Isidoro e Tigre furono ingaggiati per la caccia ai topi nella fattoria di Serafino che [&#8230;]</p>
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<p>Bianchina e fumo erano stati assunti a tempo pieno nella casa di riposo “Villa Serena” dove lei era diventata l’inseparabile compagna delle anziane signore e doveva fare i turni per soddisfare il loro bisogno di tenerezza accoccolandosi sulle gambe di ognuna. Fumo aveva invece il compito di contribuire alla riabilitazione degli anziani con difficoltà motorie e con il suo strategico ed intelligente comportamento li stimolava a muoversi secondo le loro esigenze di recupero funzionale.</p>
<p>Stellina era andata a vivere nell’appartamento di una docente universitaria, lunatica come lei, che abitava in città. Per fortuna i loro sbalzi di umore erano a fase alterna e quindi le due giovani si erano perfettamente sintonizzate e vivevano d’amore e d’accordo.</p>
<p>Sotto la veranda della nostra fattoria le due mamme, rimaste sole, si facevano compagnia e non perdevano occasione per chiedere ai piccioni, che volano in ogni dove, notizie dei loro piccoli. I loro cuori si riempivano di gioia nel sapere quanto ognuno di loro fosse diventato importante ed indispensabile nella vita degli umani e a sera quando Melissa si acciambellava nella cavità di nostra cugina, insieme sgranavano i ricordi dei meravigliosi giorni trascorsi insieme ai loro teneri micini ad iniziare da quel sabato sera quando l’infuriare del temporale le aveva fatte incontrare.</p>
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		<title>Rino il cocomerino e la storia di un campione per amico</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Oct 2024 19:15:30 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..Con il frutto stretto tra le mani Malik si diresse verso gli amici e lanciandolo verso di loro: “prendi! Si chiama Rino”.  Il cocomero arrivò dritto tra le mani di Said che afferratolo con una presa diretta lo lanciò a Samuel e lui a Mohammed che a sua volta con un balzo lo lanciò tra [&#8230;]</p>
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<p>Malik rimase affascinato da questo gioco e a cena se ne fece spiegare le regole da Mohammed, che aveva un fratello giocatore nella squadra nazionale di basket del Senegal. Nelle sere che seguirono i giovani prima di cena facevano sempre una partita con Rino nel ruolo della palla da Basket e lui era davvero felice dell’insolito ruolo che gli era stato assegnato tanto che, per essere più leggero e facilitare il gioco ai ragazzi, distendeva al massimo la sua parete riempiendosi di aria, riuscendo perfino a rimbalzare.</p>
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<p>Malik e Rino divennero inseparabili. Tutte le sere prima di addormentarsi il giovane gli confidava il sogno di diventare un giocatore di basket ed il piccolo cocomero, appoggiato sul comodino sembrava rispondergli “il futuro di ognuno di noi è scritto nelle stelle e forse il nostro incontro non è stato soltanto un caso. Probabilmente era già scritto che io dovessi insegnarti a giocare a basket e tu magari un giorno diventerai un grande campione. Comunque vada, sappi che io sarò sempre con te”.</p>
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		<title>Fatimah: storia di una gallina faraona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 16:06:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dall'AIA]]></category>
		<category><![CDATA[storie-aia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tra gli animali che abitavano la fattoria sulla collina del chianti c’era anche un piccolo gruppo di galline faraone che però non si vedeva mai razzolare nell’aia insieme a polli e galline né quaqquerare in prossimità del pantano insieme alle oche e alle anatre. Il loro forte istinto gregario, ma al contempo schivo e testardo [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Tra gli animali che abitavano la fattoria sulla collina del chianti c’era anche un piccolo gruppo di galline faraone che però non si vedeva mai razzolare nell’aia insieme a polli e galline né quaqquerare in prossimità del pantano insieme alle oche e alle anatre. Il loro forte istinto gregario, ma al contempo schivo e testardo le portava infatti a starsene per conto loro allo stato semibrado.</p>
<p>Durante il giorno razzolavano nel grande prato adiacente la fattoria spingendosi, a volte fino ai bordi del pantano alla ricerca dei vermi più succulenti, ma con il levarsi del tramonto risalivano la vicina collinetta sormontata dal grande albero di roverella tra i cui rami si appollaiavano per trascorrere la notte. Non era stato, pertanto, necessario, costruirgli un ricovero notturno per proteggerle dai predatori.</p>
<p>Allevarle di sicuro poco impegnativo ma risultava molto difficile trovare i loro nidi per raccogliere le uova. Inoltre le femmine di faraona non avendo un grande istinto materno tendevano a lasciarle incustodite durante il periodo della cova con il risultato che ad ogni primavera i loro pulcini erano sempre molto pochi.</p>
<p>“Un mi piace punto allevà codeste gallinelle” diceva ogni tanto, Anna la contadina che aiutava Francesca nell’allevamento degli animali dell’aia, “non ci si cava ne’ova e né pulcini da vende”.  “Ci s’ha da miralle pe’ la sù bellezza africana” rispondeva Francesca con aria incantata e quando al tramonto insieme si dirigevano sulla collinetta con il becchime per integrare la loro alimentazione, spesso, nelle calde serate d’estate, le due amiche si sdraiavano sulla fresca erba per tuffarsi nel magnifico scenario che il tramonto offriva.</p>
<p>La sagoma della quercia scandita sul cielo infuocato, in particolare, ricordava a Francesca le grandi acacie che aveva visto a ridosso della savana quando con i suoi genitori andava a trascorrere le vacanze dallo zio Cosimo. Erano stati quelli i periodi più belli della sua infanzia ed il fascino dell’africa racchiuso nelle piccole cose come un cielo stellato senza eguali, o il profilo di un albero al tramonto o semplicemente il tepore dell’aria che accarezza la pelle l’avevano accompagnata per tutta la vita.</p>
<p>In quella magica atmosfera le galline faraone le si facevano intorno seguite da tutti i volatili che vivevano nei paraggi, comprese le anatre di germano reale. Fatimah, la gallina faraona più anziana le si appollaiava sul petto ed insieme sgranavano i loro ricordi dell’Africa.</p>
<p>“Lo zio Cosimo” incominciava Francesca “era il fratello di mio padre e si era trasferito in Etiopia, uno degli stati più antichi del centro-est dell&#8217;Africa, durante il periodo del colonialismo promosso dalla politica italiana tra gli anni trenta e quaranta. Ad Adiss abeba (capitale dell’Etiopia) aveva conosciuto una magnifica ragazza di nome Lewa di cui si innamorò a prima vista e che sposò contro la volontà dei suoi genitori che non vedevano di buon occhio il matrimonio con un immigrato.</p>
<p>I due giovani lavoravano tutto il giorno con grande fatica nella piantagione di caffè appartenente al padre della ragazza, ma quando nacque il loro primo figlio il neo nonno decise di affidargli la gestione dell’intera caffeicoltura che in pochi anni riuscirono a trasformare nella più grande azienda produttrice di caffè di quei tempi.</p>
<p>La &#8220;coffea arabica&#8221; ovvero la pianta dalla quale si ricavano le rosse drupe i cui semi tostati si utilizzano per produrre la nota bevanda è originaria proprio di quel territorio dove una leggenda narra che fu scoperta per caso a Kaffa, regione dell’antica Etiopia, da un pastorello di nome Kaldis. Egli si era accorto, infatti, che le sue capre, dopo aver brucato da alcuni arbusti, ricchi di bacche, che crescevano spontanei, divenivano particolarmente irrequiete ed attive.</p>
<p>Per cercare di capire di che cosa si trattasse portò le bacche dai monaci mussulmani del monastero di Chehodet i quali dopo averle esaminate a lungo si convinsero che si trattasse di una pianta malefica e gettarono le bacche energizzanti nel fuoco. Dalle bacche abbrustolite si emanò una fragranza aromatica che ispirò i monaci ad utilizzarle per preparare delle tisane con le quali potevano rimanere svegli e concentrati nelle lunghe notti di preghiera. Da allora l’utilizzo di quella strana bevanda cominciò a diffondersi, prima tra i monasteri e poi nei mercati di tutto il mondo.</p>
<p>La casa degli zii si trovava a ridosso della piantagione di caffè, poco lontana dalla città di Bonga, ma durante la nostra permanenza si organizzavano escursioni guidate che duravano anche mesi. Si trattava di veri e propri viaggi avventurosi sui fuoristrada alla scoperta di paesaggi incontaminati che andavano dalla foresta pluviale degli altopiani di Bonga fino al monte Wenchi (vulcano spento alto 3386 metri) e dall’omonimo lago disseminato da tante piccole isole che lo sovrastava fino nella valle del fiume Omo.</p>
<p>A volte con i fuori strada si costeggiava il fiume Omo lungo tutto il suo decorso fino al lago Turkana a nord-ovest del Kenya dove il fiume sfocia.  Il lago, conosciuto anche come il Mare di Giada, per lo spettacolare colore delle sue acque, era immerso in un territorio reso magico dalla rigogliosa vegetazione che lo sovrastava grazie alle piene stagionali del fiume. Qui si trovavano paludi infestate dai coccodrilli, ma anche i più svariati gruppi etnici e tribù con le quali si soggiornava ammirando le loro abitudini di vita e le loro ancestrali cerimonie.</p>
<p>Durante il viaggio di ritorno per un tratto si percorrevano le strade sterrate dalla parte del Kenya e qui lo zio Cosimo amava trattenersi per diversi giorni in un villaggio Masai con il cui capo, di nome Essan si conoscevano da molto tempo. Quasi tutti gli anni andava a trovarlo per rifornirlo di tutte quelle merci che non si trovavano nei villaggi come riso, caffè, zucchero, ma anche tessuti perline di vetro e tante altre cose necessarie sia per mangiare che per abbellire il proprio corpo. &#8230;&#8230;&#8230;.Continua</p>
<p>Le bambine erano salve e rimasero accovacciate sotto le nostre ali fino al giorno successivo quando vedemmo in lontananza, tra la polvere rossa sollevata dalle sgangherate ruote di legno del pesante carretto ricolmo dei recipienti con l’acqua, la loro mamma con i fratelli. Le bambine con una corsa la raggiunsero e quella più piccola le saltò in braccio. La mamma la strinse forte al petto e poi con un gesto deciso la sistemò a cavalcioni sulle sue spalle. Di nuovo insieme, felici ripresero il cammino verso il villaggio e la bambina più piccola, rivolta verso di noi,  ci salutava ripetutamente con la mano ed un sorriso che avrebbe illuminato la notte più buia dell’universo.</p>
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		<title>Agnese: storia di un’adolescenza segnata dalla grande guerra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[claudio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Sep 2022 16:01:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Storie dal MURETTO]]></category>
		<category><![CDATA[storie-muretto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tutti la chiamavano Gnesina e nutrivano per lei un grande rispetto adoperandosi come potevano per aiutarla a sopravvivere. Era una donna alta e magra che alternava due vestiti modello chemisier, uno di colore nero e uno blu anche se il tempo li aveva ormai resi indistinguibili. Aveva anche uno chemisier di colore grigio chiaro con [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti la chiamavano Gnesina e nutrivano per lei un grande rispetto adoperandosi come potevano per aiutarla a sopravvivere. Era una donna alta e magra che alternava due vestiti modello chemisier, uno di colore nero e uno blu anche se il tempo li aveva ormai resi indistinguibili. Aveva anche uno chemisier di colore grigio chiaro con la gonna plissè che però indossava molto raramente e per tale motivo era ancora quasi nuovo.<br />
In inverno metteva sulla testa un enorme scialle di lana nero con la frangia che le arrivava fin sopra i fianchi e nelle giornate particolarmente fredde come quelle con la neve ed il ghiaccio si infilava dentro una grande mantella militare che arrivava fino ai piedi.<br />
La sua caratteristica però era quella di mettere un grande fazzoletto di colore blu intorno al viso che, passando sotto il mento era legato sulla testa, proprio come un uovo di pasqua. Non se lo toglieva mai ed era talmente scolorito da essere divenuto color carta di zucchero tendente al beige.<br />
Gnesina abitava in un casolare costruito in pietra con il tetto a tegole e coppi di terracotta sul quale si vedevano ancora i segni di entrambi le guerre. Le stesse guerre che le avevano portato via tutto: la famiglia, l’adolescenza la giovinezza, la voglia di vivere.  Di lei si sapeva davvero molto poco perché non parlava mai con nessuno, anzi quando qualcuno le rivolgeva la parola, lei accennava qualche suono incomprensibile e frettolosamente si allontanava.<br />
L’unico posto dove si recava quasi ogni giorno era il casolare di Pierina e Settimio, che si trovava di fronte alla sua abitazione, dove c’erano tutti i segni della florida attività pastorizia che svolgevano. Si trattava di un vero e proprio casale tipico della Campagna Romana dove oltre ai proprietari vivevano anche i lavoratori stagionali.<br />
La costruzione massiccia, rettangolare era formata da due piani circondati da un grande cortile dove razzolavano galline, polli, oche e dove spesso sostava l’sino con cui Settimio trasportava pesi di ogni genere. Nel piano terra si trovavano sia gli ambienti da lavoro dove Pierina, insieme ad alcuni lavoranti, ogni mattina faceva il formaggio sia quelli dedicati alla stagionatura. Nella parte posteriore c’erano due grandi ovili ed alcune costruzioni con una piccola cucina dove alloggiavano i lavoratori stagionali.<br />
Alle stanze del piano superiore, dove abitavano i proprietari con i loro tre figli, si accedeva con una scala esterna che terminava sul ballatoio dove si aprivano le porte della grande cucina e di tre camere da letto. Il parapetto era sempre sormontato da vasi con i gerani ed io amavo molto affacciarmici quando la mamma andava a trovare Pierina con me al seguito. Mi piaceva molto anche tendere l’orecchio verso di loro quando sorseggiando il caffè con la ricotta appena fatta parlavano di Gnesina.<br />
“Quasi tutte le mmatine vè qua de bon’ora e me chiede d’aiutamme” raccontava Pierina. “Sii!! gli faccio io. Comincia ad appiccià lu focu che mò appena arriva Mariano co lo latte comincemo a fa lu cacio e la ricotta. Subbito m’aiuta a mette la callara de rame sopra allu treppiedi e appiccia li ramitti. Po&#8217;, appena so misso lu caglio dentro lu latte comincia a girà co lu spino (bastone di legno che porta rametti secondari, corti, sottili ma molto robusti, viene utilizzato in particolare per tagliare la cagliata ma anche per altre fasi della trasformazione) e non smette più manco un minuto, fino a quanno tocca a mette la cagliata dentro le fuscelle de giunco. Poi dopo che m’ha aiutata a sistemalle sopra le tavole e semo fatto pure le ricotte, se leva lu zinale (parannanza o grembiule da cucina), lo arrotola, se lo mette sotto a un braccio e piglia la strada pe issene.<br />
“Fermate! ci faccio, non de né iì a mani vote e così ci metto dentro a un sacchitto de tela nà caciottella, nà fuscella de ricotta e quavvota pure du braciolette de pecora. Certe vote quanno ce se n’contra pure Settimio ci mette quà mille lire dentro la saccoccia e essa a coccia bassa senza di gnente se ne va.” “Quanta dignità nella povertà” replicava mia madre con gli occhi umidi “di sicuro era una grande signora prima de venire ad abitare a Villa Adriana. Domani faccio nà bella spesetta e ce la porto” incalzava.<br />
In effetti quasi tutte le volte che mia madre andava da Sesto Papili per comprare la carne gli diceva “O Sé damme due belle fettine tenere pè Gnesina” e Sesto, soprattutto in inverno, dopo che mia madre aveva pagato, prendeva uno dei fogli più grandi di carta paglia, ve ne appoggiava sopra uno di carta oleata e poi vi coricava in mezzo una striscia di carne insieme ad un grande osso. “Portalo a Gnesina  e dicii de faccesse lu brodo pè beveselo alla salute mea” diceva a mia madre porgendole il fagotto.</p>
<p>continua &#8230;&#8230;&#8230;&#8230;..</p>
<p>Quell’anno feci gli esami di licenza elementare e poiché ero stata molto brava mia madre mi aveva mandato al mare con la zia Anna che tutti gli anni prendeva in affitto una casa a Minturno e ci rimaneva due mei con la speranza che mia cugina Teresa potesse dimagrire con l&#8217;intervento dello iodio. Ci rimasi tutto il mese di luglio e quando tornai i miei amici gatti, cani, galline, oche e quant&#8217;altro,  quasi non mi riconoscevano per come ero diventata nera.</p>
<p>Preoccupata per l&#8217;iscrizione alla scuola media, dissi a mia madre che bisognava andare a ritirare dalle suore il diploma di licenza elementare. Lei dapprima incominciò a tergiversare, ma poi acconsentì e  anche quella volta prendemmo l’accorciatoia in mezzo al prato. Giunte davanti alla casa di Gnesina vidi che c’era una grande ruspa ed un camion che portava via i calcinacci. Non credevo ai miei occhi e non riuscivo a capire che cosa fosse accaduto.</p>
<p>“Semplice” mi rispose mia madre “il terreno è stato espropriato dal comune e venduto ad una ditta di costruzioni che ci realizzerà sopra due palazzine”. “Che fine ha fatto Gnesina? Dove è andata a vivere?”, “Nessuno lo sa. Pierina mi ha mandata a chiamare   per salutarla la mattina stessa che sono arrivate le ruspe perché le ha viste.  C’era già un gruppetto di persone davanti alla sua casa quando sono arrivata io e il suo mobilio era già stato caricato su un camioncino telato.<br />
E’ uscita accompagnata da due giovani che avevano in mano due grosse bose piene zeppe e lei teneva la borsa a quadrucci di pelle, con la quale le portavo la spesa, semivuota, appesa ad un braccio. “forse voleva restituirtela insieme al quadernone con la copertina di pelle che aveva avuto da sua nonna e che mi aveva promesso” dissi con tono preoccupato “perché non l’hai presa tu quella borsa” “Perché uno dei giovani gliel’ha sfilata dal braccio prima che lei potesse replicare qualcosa e l’ha sistemata insieme alle altre sul vano di carico. Poi i due giovani l’hanno aiutata a salire sul sedile della cabina di guida e quando il camioncino è partito abbiamo applaudito. Lei era rivolta verso di noi, visibilmente commossa e alzando la mano ci ha saluti.<br />
Nessuno di noi sa dove è stata portata. Qualcuno ha detto che quei due giovani erano operatori sanitari del comune che lavoravano ai vecchioni (residenza sanitaria per anziani). D’altronde Gnesina aveva più di settanta anni, non poteva più vivere da sola. Qualcun altro ha detto che quel furgone veniva dalla toscana e che era stato inviato da sua sorella”.</p>
<p>A guardare quelle macerie fui assalita da una sensazione di grande sconforto. Era tutto ciò che rimaneva del vissuto di una famiglia, delle loro storie, di un grande amore. Il ricordo! forse è quello che dà un senso alla vita. Sono trascorsi tanti anni e ancora mi ricordo di quella strana signora che nei pochi momenti di lucidità aveva voluto condividere con me la storia della sua adolescenza, ma al contempo anche i valori che le erano stati trasmessi dai suoi antenati come l’amore per la natura e per la ricerca scientifica.<br />
Aveva voluto insegnarmi, anche se in pochissimo tempo, ad essere forte e determinata come lei e di certo io non l’ho mai dimenticata perché in fondo quella grossa sedia impagliata sulla quale le sedevo vicino è stato il mio primo muretto e si sa che le storie del muretto non si dimenticano mai.</p>
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